Gli artisti del mese – Enrico Piras e Alessandro Sau [Occhio Riflesso – Montecristo Project]

Montecristo Project

Montecristo Project

Giugno 2016

Sinceramente la prima volta che ho sentito del Montecristo Project ho pensato a oro (vero) che luccica: un’isola misteriosa da qualche parte in Sardegna in cui vengono allestite mostre d’arte contemporanea di artisti selezionati.
Montecristo ProjectMa l’oro che luccica, a volte, nasconde molto più che il banale tesoro che Alexandre Dumas fantasticava nell’isola di Montecristo ispiratrice del progetto. Ciò che non immaginavo, infatti, era che l’isola rappresenta solo l’apice, transitorio anch’esso, di una complessa ricerca che mette in discussione i luoghi e i ruoli dell’arte.
Il Montecristo Project, ideato dai due artisti Alessandro Sau ed Enrico Piras, rappresenta la seconda fase di un progetto più articolato dal titolo Occhio Riflesso che ha visto il susseguirsi di 6 mostre in luoghi particolari della Sardegna scelti per ospitare le opere dei due artisti.
Ho voluto fare una chiacchierata con Enrico e Alessandro, e, visto che hanno descritto in modo più che esauriente il loro lavoro, credo sia meglio lo conosciate direttamente dalle loro parole.

Partiamo da Occhio Riflesso, il progetto che ha dato inizio al vostro sodalizio artistico. Come nasce e quali sono stati i punti d’unione nelle vostre ricerche individuali?
Occhio RiflessoOcchio Riflesso ha iniziato a prendere forma nel 2013, pochi mesi dopo che ci siamo incontrati e abbiamo iniziato a confrontarci, misurando i rispettivi interessi e le diverse ricerche che portavamo avanti. Abbiamo da subito trovato un terreno comune nei modi di intendere la pratica artistica, una formazione di carattere teorico che condividiamo e che abbiamo iniziato a sviluppare in questo nuovo spazio che è pian piano emerso dalla nostra pratica condivisa. Le ricerche che hanno dato vita a Occhio Riflesso sono “Ways of Seeing” di Alessandro Sau ed “Egyptian Darkness” di Enrico Piras. Questi progetti si muovono su tecniche (fotografia e pittura) e approcci teorici polari e dialettici, Occhio Riflessoma entrambe le ricerche vanno delineando un interesse radicale verso lo sguardo e il paesaggio, filtrato attraverso un comune interesse verso la luce come mezzo simbolico e concreto. Da qui siamo arrivati poi a esporre e documentare le opere in luoghi che potessero farle risuonare al meglio in termini formali e concettuali. Luoghi che hanno seguito la ricerca di Enrico Piras nelle prime tre mostre (grotta artificiale, domus de janas e bunker) e di Alessandro Sau nelle ultime tre (Pinnetto, villaggio minerario di Monte Narba e Villa nobiliare di Orosei). Le nostre opere così diverse sono state riunite così in queste mostre bipersonali e unificate dallo sguardo della macchina fotografica sotto forma di documentazione (installation shots); da qui sono poi nati tutti i temi che tuttora andiamo sviluppando e approfondendo con Montecristo Project.

Nella prima fase di Occhio Riflesso le vostre opere sono state collocate in luoghi particolari del paesaggio sardo scelti in quanto in grado di ospitarle. Quindi, al contrario del site specific, è il luogo ad adattarsi alle opere?
Occhio RiflessoEsattamente. Il site-specific prevede l’individuazione di un luogo e poi successivamente di un intervento artistico in relazione ad esso. In Occhio Riflesso avviene proprio l’opposto: abbiamo cercato dei luoghi ideali per l’esposizione delle opere. Non c’è stato nessun tipo di alterazione o rielaborazione dello spazio, abbiamo unicamente cercato uno spazio che per ragioni di natura morfologica, simbolica, sociologica, formale avesse un senso accostare e relazionare alle nostre opere.

Nonostante il distacco dal white cube, ne vengono rispettati i canoni in relazione alla rappresentazione dell’opera con uno studio e un uso preciso dell’installation shot. Quali sono questi canoni e in che modo sono stati applicati alle mostre realizzate?
Montecristo ProjectLe riflessioni su questo canone, che abbiamo poi delineato formalmente e contestualizzato in termini storici e sociali, sono nate per noi in maniera intuitiva, pratica, non a tavolino. Occhio Riflesso infatti prevedeva mostre di una giornata che venivano fruite attraverso la documentazione fotografica che noi stessi realizzavamo, fotografando così le opere nello spazio. Il modo in cui abbiamo proceduto è stato servirci dell’interazione che si creava tra i quadri, le proiezioni luminose, i sand casting e le pareti che circondavano questi elementi. Il nostro occhio ormai è abituato a leggere l’opera attraverso lo schermo, prima attraverso le riviste cartacee, tutti mezzi che propongono immagini fotografiche di installation shot.
Occhio RiflessoQuesta tecnica, che si inizia ad affermare a partire dagli anni ’50 così come la conosciamo ora, si basa su elementi precisi: l’impianto prospettico dello sguardo fotografico, lo spazio volumetrico del white-cube. Questi elementi connotano in maniera talmente forte le immagini attraverso cui fruiamo l’arte che non riusciamo, nonostante altri mezzi di rappresentazione ce lo potrebbero permettere, a rinunciarci, rimanendo legati a elementi classici, umanistici, rinascimentali anche quando le stesse opere ritratte si pongono in antitesi rispetto a questi assunti classici. L’installation shot, per come si è andato definendo, si concentra sulla rappresentazione dello spazio (composizione, luce, ingrandimento), della disposizione delle opere all’interno di questo (lavoro curatoriale), lasciando le opere come ultimo elemento di questa trinitaria scala gerarchica che rispecchia in maniera limpida il sistema stesso per cui vengono prodotte. La nostra idea è stata quella di cercare di servirci di questo canone per rapportarlo a luoghi che però capovolgessero il ruolo dello spazio, cercando attraverso il linguaggio fotografico stesso (luci, texture, composizione) di creare immagini più forti di quelle che avremmo ottenuto nel white cube, e inserendo in alcune immagini anche tutti quegli elementi come proiettori, generatori, fari, che ci permettevano di costruire la mostra stessa.

Quindi ogni luogo, trattato con i dovuti modi, può adattarsi ad accogliere un’esposizione sostituendo le strutture tipicamente usate a questo scopo?
Montecristo ProjectUn luogo adatto ad accogliere l’esposizione di un’opera non esiste in termini storici, esiste solo in termini ideali per un artista. Sono esistiti una serie di luoghi che storicamente sono stati adibiti a questa funzione. Per semplificare: prima dei musei c’erano le chiese, e prima delle chiese c’erano i luoghi di culto, e ancor prima le caverne. Detto questo, va aggiunto che se ogni momento storico attribuisce uno spazio all’opera, bisogna chiedersi perché e come avviene questo tipo di attribuzione. Quindi, come mai oggi viene spontaneo pensare quale luogo naturale di un’opera uno spazio asettico e non connotato come il white-cube? Spesso, se ci pensi, noi amiamo vedere i dipinti in maniera errata rispetto a come l’autore aveva elaborato una possibile visione. Pensa a Caravaggio, pensa a come noi vediamo un Caravaggio: fuori da una chiesa, in uno spazio fortemente illuminato dalla luce elettrica (anche quelli ancora nelle chiese vengono appositamente illuminati con potenti riflettori). Non più dunque la luce naturale, profonda, atmosferica e soffusa della chiesa, non più la luce delle candele, ma una supervisibilità elettrica che mostra tutto del quadro, esibendo forse anche quello che sarebbe dovuto rimanere celato nella penombra.

Nella prima fase è dunque l’artista a curare l’esposizione, egli si autoproduce e ha piena libertà nella scelta delle opere e nell’allestimento. Cosa rappresenta per voi questo concetto e quali sono le ragioni che l’hanno originato?
Occhio RiflessoIn Occhio Riflesso e in Montecristo Project, dove poi questo punto si amplia ulteriormente, sono gli artisti a produrre, scrivere, invitare, curare, allestire, fotografare. Questa condizione si è posta per diversi motivi, il primo è il fatto che la condizione attuale di molti artisti è quella di lavorare solo su commissione: le opere, le performance, le installazioni, vengono prodotte solo dopo che è stato ottenuto un budget, uno spazio, una copertura dei costi di trasporto e così via. Lo stesso vale ovviamente per il lavoro curatoriale: penso a tutti quegli “Independent art curators” che non organizzano una mostra o scrivono un testo per il piacere o l’interesse a farlo, ma aspettano che a commissionare il testo, la mostra o l’articolo siano altri: musei, gallerie, magazine (per cui magari sarebbe meglio definirsi “Dependent Art Curators”). Noi avevamo necessità e voglia di fare queste mostre e l’idea di iniziare Occhio Riflesso è partita da qui, dal fare una cosa per il piacere di farla, per noi stessi. Pian piano ci siamo resi anche conto che ci troviamo meglio in questa dimensione, in cui i curatori, critici, filosofi che collaborano al progetto lo fanno con dei testi, con dei contributi autonomi che non vogliono essere creativi, non vogliono sostituirsi al nostro lavoro, ma migliorarlo e ampliarlo in Ugo Ugo alla Galleria Comunale nei primi anni 70 con l'opera Portagiri (1970) di Vincenzo Agnetti e, alla sua sinistra, una sua scultura di fine anni 60. Per saperne di più: http://montecristowritings.tumblr.com/un discorso intellettuale. Montecristo ci permette di lavorare come artisti curatori, organizzatori e promotori, svolgendo al massimo delle nostre risorse questi ruoli, cosa che ci piace molto anche perché ci permette di approfondire punti di vista teorici in maniera radicale e assolutamente libera. Un lavoro sul tema a cui teniamo molto e che è in corso di pubblicazione è un dialogo in collaborazione con gli artisti Andrea Nurcis ed Enrico Corte, con cui stiamo definendo la figura del primo artista-direttore-curatore sardo: Ugo Ugo, direttore della Galleria Comunale d’Arte dal 1967 al 1985, per la quale ha messo su dal nulla una importante e raffinata collezione d’arte contemporanea.

La seconda fase di Occhio Riflesso, il Montecristo project, sposta l’attenzione sull’isola di dumasiana memoria e su artisti cosiddetti outsider abbracciando un approccio antropologico. Come mai questo cambio di prospettiva?
Montecristo ProjectVa subito precisato che in realtà Montecristo Project, rispetto ad Occhio Riflesso, non propone alcun approccio antropologico particolare. Montecristo non sarà un’isola solo per outsider artists o per ricerche impegnate verso un fronte antropologico dell’arte. Non vogliamo fare qui una differenza di valori tra un’arte diciamo più popolare e genuina rispetto a un’altra più sofisticata e falsa. L’arte è in se antropologica perché riguarda l’uomo; l’arte è per noi arte semplicemente in rapporto al suo essere prima di tutto un linguaggio e dunque uno strumento conoscitivo. Il discrimine nella scelta degli artisti è nella natura sincera e coerente della loro ricerca, non ci interessano in sostanza gli “artisti del momento”, che seppur possono esser percepiti come talentuosi e originali nel breve periodo, alla lunga finiscono per “scadere”, un po’ come lo yogurt nel Montecristo Project - Salvatore Morofrigo. Ecco, diciamo che, se esiste una punta di presunzione nel nostro progetto, sta nella ferma consapevolezza che un artista riconosce e comprende un altro artista meglio di qualsiasi altra figura professionale creata dal mondo dell’arte. Se ci pensi è normale, il giudizio sull’arte si affina e si precisa solo ed unicamente attraverso la pratica artistica, altrimenti è una questione di libri letti, di conoscenze acquisite non direttamente sull’immagine ma su testi che parlano d’immagine. Un po’ come sarebbe imparare a nuotare unicamente leggendo libri che parlano della tecnica del nuoto.

Parliamo di Salvatore Moro e Tonino Casula, i primi due artisti coinvolti nel Montecristo Project. Chi sono e perché sono stati scelti? E quali sono i possibili candidati delle prossime mostre?
Quando per la prima volta abbiamo iniziato a pensare all’isola come un luogo in cui realizzare il nostro spazio lo abbiamo fatto per Salvatore Moro. Questo spazio è nato su misura per ospitare, in un ideale allontanamento storico, sociale e geografico, le sculture dell’artista di Oniferi. Moro e Casula, così come i prossimi artisti che ospiteremo in Occhio Riflesso - mostra di Tonino Casula in una vecchia serra abbandonatamostre o altre collaborazioni, non hanno elementi comuni se non la stessa forza, indipendenza, autonomia e ostinazione nella ricerca: Moro nel suo lavoro di una vita sulla sua casa-opera di Oniferi, in cui pareti, sculture, decorazioni, elementi naturali, formano un insieme di incredibile forza. Tonino al contrario nella sua raffinatezza formale, la sua incredibile preparazione intellettuale sulla teoria della percezione, il rapporto tra arte e scienza e i suoi cortronici che per noi rappresentano un corpus di opere di altissimo livello. A unire queste figure è anche il silenzio che le circonda, mentre noi sentivamo di voler lavorare con loro e per loro, cercando di presentarli costruendo degli appositi spazi che potessero esaltarne l’opera. Nel corso dei prossimi mesi (Montecristo ha una programmazione di due mostre annuali, oltre tutte le attività collaterali) presenteremo le ricerche di Lorenzo Oggiano, Francesco Balsamo e Lorenza Boisi.

L’isola si carica dunque di mistero, sparisce e ricompare assumendo significato e divenendo funzionale solo come luogo di esposizione. È così?
Da questo punto di vista è molto buffo pensare che diverse persone ci chiedono se l’isola esiste veramente. Premesso il fatto che tutto sia perfettamente reale, quello che ci stupisce è riscontrare un punto di vista così ingenuo e incapace Montecristo Projectdi riflessione speculativa, come coloro che guardano il dito piuttosto che quello che il dito sta indicando. In questo senso siamo molto contenti e ringraziamo Paolo Chiasera di aver chiarito la natura del nostro progetto definendolo una “Psicoistituzione” e inserendolo nella sua rivista-pittura AMBUSH. Ora, il mistero è solo un espediente narrativo, ma di misterioso in pratica non c’è proprio nulla visto che documentiamo tutto quello che facciamo sull’isola. Il luogo esiste unicamente in quanto è costruito e pensato, per contenere le opere degli artisti. E’ grazie a queste opere che l’isola esiste, altrimenti non esisterebbe. In sostanza, che questa esista geograficamente diventa irrilevante se non all’interno della sua funzione in connessione con la presenza dell’opera. Il paradigma Duchampiano e lo stesso meccanismo dello spazio legittimante che sostiene tutto il mercato dell’arte, è capovolto. Solo in questo senso l’isola diviene funzionale come luogo d’esposizione.

Le opere di Salvatore Moro sono state di recente ospiti di una collettiva in una galleria spagnola. Di cosa si tratta e con quale criterio curatoriale sono state scelte e collocate le opere?
Il 7 maggio ha inaugurato alla Garcìa Galerìa di Madrid una mostra che si intitola “Projective Ornament”: a organizzare e curare il progetto della mostra è stato l’artista Karlos Gil. Il progetto è parte del lavoro artistico di Montecristo Project in SpagnaKarlos, che come noi si serve anche della curatela in prima persona per la sua ricerca, che in questa mostra ruota intorno all’idea di ornamento proposta da Claude Bragdon, architetto e scrittore statunitense che nel suo libro “Projective Ornament” delinea un’idea di ornamento come linguaggio universale che possa, attraverso vari moduli di pattern che vengono articolati nel libro, rispondere a problemi strutturali formali di vari tipi. La mostra propone un’articolazione di quest’idea nella quale le nostre opere realizzate su Moro e le sue “Teste ornamentali” della casa di Oniferi si integrano con altre opere basate su criteri molto differenti di ornamento e di linguaggio. L’allestimento e gli installation shot che ne sono derivati presentano uno spazio articolato secondo una disposizione che è parte della ricerca dello stesso Karlos.

Parliamo dello spettatore e della sua assenza nelle mostre finora realizzate. È una mancanza a cui intendete sopperire o ritenete il mezzo fotografico capace di fare da tramite fra l’opera e la sua fruizione diretta?
Occhio RiflessoFinora non c’è stata una fruizione diretta delle opere ma tutto è sempre stato filtrato a livello fotografico. Questo è in effetti un punto importante su cui stiamo ancora lavorando. Ci sono infatti alcuni problemi teorici e pratici che devono essere risolti, anche rispetto a quello che si è detto e fatto precedentemente con Occhio Riflesso. Forse a questa domanda ti potrei rispondere in maniera più esaustiva tra qualche mese, o forse tra qualche anno.

Sia nella prima che nella seconda fase di Occhio Riflesso voi due come artisti rinunciate alla visibilità. La mancanza di un pubblico, di una promozione adeguata dell’evento, la realizzazione di opere non pienamente “rispondenti” al mercato e quindi non facilmente vendibili. Come mai questa scelta?
Come dicevamo prima la nostra pratica non si esprime attraverso una referenzialità a priori: le opere e le mostre esistono per una nostra necessità e piacere di ricercare, di lavorare con le immagini. Il pubblico, lo spazio, il mercato Occhio Riflessosono tutti elementi che subentrano in una seconda fase di legittimazione sociale, che segue la pratica artistica, non la precede. La fase di legittimazione passa attraverso l’installation shot delle opere, che fanno da tramite con il pubblico e vengono utilizzate per “comunicare” il progetto attraverso altre mostre fisiche (in cui presentiamo appunto la documentazione) e il web. Soprattutto quest’ultimo ci permette di lavorare proponendo i nostri progetti e cercando interlocutori senza doverci necessariamente spostare dal luogo in cui viviamo e lavoriamo, in maniera totalmente aperta e soprattutto indipendente.

Occhio RiflessoIl vostro lavoro sembra stravolgere, con una certa nota ironica, i meccanismi che regolano il rapporto fra artista, opera, luogo di esposizione e fruitore finale. Si tratta di una critica al sistema dell’arte e/o di un tentativo di inaugurare nuovi modi di intendere questo rapporto?
Sinceramente abbiamo cercato di impostare il lavoro sempre con una certa serietà. L’ironia nasconde in fondo un certo distacco dalla realtà che cerchiamo di evitare. In generale ben sappiamo di non vivere “nel migliore dei sistemi dell’arte possibili”, ma la critica è tuttavia inutile se non si cerca di instaurare un nuovo rapporto tra gli elementi in causa. Occhio Riflesso, così come Montecristo Project, rappresentano un percorso di ricerca che tenta di rimescolare le carte in tavola, cercando nuove soluzioni a problemi ormai impellenti. Bisogna poi vedere se le soluzioni che troveremo saranno poi determinanti o inutili ai fini del proseguimento di questa grande storia dell’arte e dell’immagine a cui tanti di noi cercano di dare il proprio contributo.

Siamo giunti alla seconda fase di Occhio Riflesso col Montecristo Project e una mostra chiusa, una imminente e delle idee sulle prossime. Cosa riserva il futuro? Esiste una terza fase e, se sì, è stata già pensata o lo sarà in base agli sviluppi delle precedenti?
Al momento lavoriamo con Andrea Nurcis ed Enrico Corte al progetto su Ugo Ugo e contemporaneamente Ugo Ugo e Tonino Casula all'inaugurazione della mostra Immagini Sonore alla Galleria comunale di Cagliari. Foto Enrico Corte, 1981. Per saperne di più: http://montecristowritings.tumblr.com/prepariamo la mostra sull’isola di Tonino Casula che presenteremo tra luglio e agosto. A essere onesti esistono almeno altre cinque fasi del progetto, se non di più, che vorremmo realizzare e che si basano sui presupposti creati con OR e Montecristo. In ogni caso si tratta di idee complesse e che comunque non vogliamo realizzare prima di lavorare a fondo su questa nuova parte che è appena iniziata.

Link utili / Useful links:
Occhio Riflesso – Website
Montecristo Project – Website
Montecristo Writings – Website
Alessandro Sau – Website
Enrico Piras – Website
Montecristo Project – Facebook fan page

GALLERIA 1° FASE OCCHIO RIFLESSO:

GALLERIA MONTECRISTO PROJECT:

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2 commenti

  1. Un genere di arte che ben si addice al luogo che la ospita. Credo sia un esempio di come contenuto e contenitore vibrino delle stesse emozioni.. Devo rileggere il post con più calma però😃

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