PsaicoDrammi

Racconti Saltuari – Il finto russo

Raccolgo e rielaboro storie di vita e/o episodi tortuosi/virtuosi. Qualsiasi cosa ecciti la mia vena narrativa. Ecco cosa mi ha raccontato Federico….

Disse che a causa del Covid non era più potuto tornare in Russia. Solo allora mi interessai al discorso chiedendogli se avesse affari lì. Non sapevo che questa domanda avrebbe innescato la miccia della sua incontenibile voglia di raccontarmi la vita. Iniziò dal primo errore giovanile, che gli costò un figlio avido e irriconoscente, fino alla sua attuale relazione con una fotomodella russa trentenne. Passando, ovviamente, per tutta una serie di altre donne di cui sinceramente persi subito il conto. Mentre parlava lo fissavo cercando di trovare nel settantenne un po’ malconcio che avevo davanti, l’energia e la freschezza dell’uomo di cui raccontava. I suoi denti erano radi e ingialliti dal tempo, gli occhi vitrei si perdevano dietro occhiali dalle lenti grosse e velate. Era tozzo e portava degli abiti più grandi, come se avesse perso peso di recente. Lui stesso confermò questa teoria cingendosi la pancia (ancora) prominente e annunciando la sua imminente operazione al cuore che l’aveva costretto a una rigida dieta preparatoria. Aspettava di capire se ci avrebbe lasciato le penne o meno per decidere cosa fare da grande, che nel suo modo di vedere la vita voleva dire sposare o meno la baby-fidanzata russa e adottare il suo affettuosissimo pargolo decenne che lo trattava come un padre, per una volta nella vita. Insomma, avrebbe deciso se passare il resto della sua vita interpretando la parte del padre-nonno sdentato di un biondo figliuolo non suo che gli avrebbe tenuto la mano sul letto di morte e a cui avrebbe lasciato i suoi cospicui averi.

In realtà il punto che riguardava questi averi era piuttosto fumoso. Da un lato era costretto a pagare il figlio venticinquenne e lamentava, a livello professionale, perdite dovute alla pandemia. Dall’altra ostentava ville, anche non usate da anni, più diverse attività commerciali, fra le quali, guarda caso, un export online di oggetti di lusso in Russia. Ne parlava orgoglioso controllando che Marzia, la moretta seduta vicino a me, lo stesse ascoltando e, se per caso attirava la sua attenzione, le cifre si moltiplicavano e così le amanti, i viaggi e le avventure connesse. Fra queste, a un certo punto venne fuori un racconto interessante che riguardava i russi e la loro proverbiale cattiveria. Cercai di incalzarlo a svelarci qualcosa di curioso. Lui non se lo fece ripetere due volte e iniziò a raccontare una raffica di episodi in cui dava conferma dell’estrema crudeltà dell’etnia russa. Definì anche le sfumature differenti in cui questa si esplicava a seconda della provenienza. Gli ucraini erano diversi dai bielorussi e da quelli che oggi erano più propriamente russi, ma i secondi, a suo dire, erano quelli più cattivi. Tuttavia, pur essendo diversi, nutrivano tutti lo stesso disprezzo per lui e per ciò che rappresentava e lo chiamavano :”Kapitalist!”. Lo ripetè più volte orgoglioso scandendo forte la K iniziale e finendo con un esclamativo imperativo. Mi fece ridere.

Marzia a quel punto si era incuriosita e gli chiese qualcosa di più spinoso. Lui si guardò attorno e si avvicinò a noi parlando piano. Ci fece promettere di non raccontare mai cosa ci avrebbe detto. Poi si fece cupo e ci raccontò di aver partecipato a un’esecuzione molti anni prima senza poter far nulla se non assistere immobile. Il problema è che, oltre ad aver ucciso un uomo e una donna, i suoi carnefici li avevano violentati sia prima che dopo la morte avvenuta fra atroci dolori. Marzia impallidì ma il racconto continuò denso di particolari. Mi schiarii la gola per fargli capire che stava esagerando. Lui si interruppe e guardò Marzia, poi me. Alzò le spalle e si giustificò dicendo che lui non ci avrebbe potuto fare nulla, se solo avesse osato anche solo parlare, avrebbe fatto la stessa fine. Erano altri tempi, prima che ad Ucraina e Bielorussia fosse riconosciuta l’indipendenza. Tutto ciò si svolse a un posto di blocco di una zona di confine. La coppia era accusata di aver passato informazioni ai bielorussi. Era indifendibile, disse. E comunque queste cose capitavano spesso allora.

Marzia, che già era ammutolita e aveva uno sguardo indecifrabile, dopo quelle ultime parole fece una smorfia di disgusto verso il nostro oratore, si voltò e se ne andò. Non la credevo così delicata, commentò lui. Poi, come se nulla fosse successo, prese il cellulare e mi mostrò la fotomodella russa che voleva sposare, una bambolina bionda perfetta e giovanissima a cui piaceva, a suo dire, fare la bella vita e che guadagnava più di lui sculettando in passerella. Tuttavia alla sua età doveva pensare a sistemarsi visto che il suo era un mestiere a scadenza e fra qualche anno sarebbe stata sostituita da qualcuna più giovane. Per questo avevano pensato al matrimonio passando al passo successivo a “una trombata ogni tanto”. Così disse. Io cercavo di immaginarlo a letto con quella biondina procace ma francamente non ci riuscivo. Vedevo lei lattea e sinuosa sovrastata da quella bestia pesante e sgraziata che probabilmente aveva bisogno del viagra per affrontare una sessione d’amore, sempre che di amore si potesse parlare. Di tutto aveva parlato, infatti, tranne che di amore. Aveva parlato di soldi, del fatto che la tizia fosse talmente bella che, ovunque la portasse, le si aprisse ogni porta, ma mai di un sentimento, se non, forse, per il piccolo bastardo che ogni settimana lo chiamava per sentirlo, cosa che non faceva nemmeno la sua futura sposa. Né, probabilmente, molti altri avevano fatto nella sua vita.

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