Yo, me & Sevilla – Biking Sevilla (Cuarta noche)

Mi sveglio tardi e parecchio eccitata. Ieri non ho voluto anticiparlo, ma oggi coronerò il mio sogno: avere una bicicletta. Lo so, sono pallosa, fanatica, tediante, noiosa, bike addicted, monotematica, fissata con il mezzo a due ruote, ma che posso dire? Sono fatta così… La bicicletta mi da un senso di libertà a cui non voglio rinunciare, e poi mi fa sentire più vicina alla città, mi fa sentire di casa, che poi è la sensazione a cui anelo quando viaggio.

Brabs in Sevilla

Così Massimiliano, dopo aver appreso di questo mio desiderio, si è offerto di prestarmi la sua, anzi quella dell’amico. Abbiamo anche risolto il problema notte, perchè gliela riporto in ristorante.
Tutto è nato per la mia profonda gelosia della BMX di Cappuccino, un domenicano che lavora nel ristorante di Massimiliano. La mia mountain bike non è figa come la sua, ma lui non lo puoi battere comunque, a partire dal suo singolare pseudonimo. Che il colore della sua pelle ricordi la tiepida bevanda, non vi è dubbio, ma che lui si ostini ed insista nel volerlo ricalcare un po’ mette a disagio, tanto che Massimiliano i primi tempi si metteva degli scrupoli della serie che sembrava una presa per culo, scarsamente politically correct. Ma lui non ne vuole sapere, lui è Cappuccino e così vuole essere intransigentemente chiamato.

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Salto quindi in groppa alla mia nuova amica. Quest’anno nessun contropedale, nessuna complicazione, a parte la catena che esce, ma mi improvviso riparatrice di bicicletta e scopro pure che è di una banalità disarmante. Ormai ho capito circa come è fatta la città, per cui mi allungo sul fiume, che peraltro non ho ancora visto, e lo percorro tutto verso il lato della città opposto a quello in cui mi trovo.
Lungo le sue sponde, come da cartina, trovo parecchi monumenti o palazzi degni di nota. Prima fra tutti l’arena della Placa de Toros de la Maestranza, che scorgo solo da fuori. Proseguendo fra un ponte e l’altro, ecco spuntare la Torre del Oro, che leggo essere un museo navale o qualcosa del genere.

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Ma il mio percorso non è casuale, so bene quale è la meta, per cui proseguo ancora fino ad arrivare ad una zona della città immersa nel verde. Giardini, parchi, fontane… persone a piedi e tanti miei colleghi di bicicletta…. Viaggiare soli regala emozioni diverse, particolari. Ti rende più attento a tutto quello che ti circonda, ma soprattutto rende il silenzio un naturale e piacevole accompagnamento. Inutile dire che, dopo tanto chiasso, era proprio ciò che mi serviva. Inizio a sentirmi a mio agio, a scollarmi davvero dalla mia vita di tutti i giorni, a respirare a pieni polmoni.

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Chiedo indicazioni, la Placa de Espana. Una signora mi indica un parco. Fra me e me penso, memore di precedenti informazioni strampalate, ma questi sivigliani sono un po’ stontonati, oppure sono giocherelloni e si divertono a depistarmi. Ed invece no, la signora mi diceva il vero, come posso constatare quando un signore mi conferma la cosa e quando vedo spuntare uno spuntone oltre 7 alte palme messe come a segnare l’ingresso.
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Si, la Placa de Espana è proprio nel bel mezzo di un grande parco ed è incredibilmente bella, quasi da mozzare il fiato. A parte i soliti ghirigori arabeschi, l’immensità vivace dei colori e la spropositata ampiezza in cui si estende, essa possiede una strana calma, una tranquillità disarmante.
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Il concetto, tipico della cultura dei mori, dell’acqua come elemento rilassante e di trasmissione di quiete, con la fontana centrale e il canale che la percorre da lato a lato, ha un fondamento nell’animo umano, lo sento, mi attraversa… Una musica orientale bassa e leggera vibra nell’aria da una fonte sconosciuta. Per il resto silenzio, grilli, cinguettio degli uccelli, l’acqua della fontana… il rumore di una giornata di un torrido agosto in una Siviglia di fuoco.

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Non sembra quasi di essere in città, sembra di essere in un harem. All’improvviso esce il sultano, muoio dalla voglia di essere scelta, fra le tante amanti… Si guarda intorno, non sembra di buonumore. Che diavolo, conosco uomini che farebbero carte false per essere al suo posto. Eppure lui è lì, distratto, come se non gliene importasse nulla. Ed infatti, dopo essersi mostrato, si ritira, lasciando gli eunuchi a nostra magra consolazione.

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Mi siedo in un luogo riparato dal sole, aggiorno il diario e mi viene in mente Montale, col suo meriggiare pallido ed assorto, poesia che adoro e che mai come adesso capisco profondamente…

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Assaggio la mia prima tapa: Queso cabra caliente caramelizado con vinagre de Módena. Sono in fase sperimentale, per quanto riguarda il cibo, cosa non usuale per me, ma vengo adeguatamente ricompensata, perchè non è affatto male.

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La calura mi assale, per cui decido di abbandonarmi alla siesta. Tanto la mattina non riesco a dormire, il pomeriggio c’è il solleone. É perfetto, lo utilizzo per riposarmi, sotto il gelo rassicurante della pompa di calore. Mi sveglio tardi, con calma, salto sulla bici e raggiungo Al solito posto. Oggi si mangia la pizza, Lorenzo ha comprato il radicchio apposta per me. Viziata in patria e viziata all’estero. D’altronde la pizza è una delle cose per cui non si può transigere e io, al pari della bicicletta, sulla pizza sono una terribile abitudinaria.

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In questo lustro prediligo radicchio e gorgonzola e guai a non soddisfare questo vezzo culinario… Arriva la pizza, mi lecco i baffi, la scontorno come mia abitudine e così, senza neanche volerlo, viene fuori un cuore, I love Sevilla, I love pizza, thanx Lorenzo 🙂
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