Grecia day-by-day – Atene – Arrivo in città [Day 1]

19 agosto 2014

Cagliari, ore 07:40
Nuovo viaggio, nuova corsa. Contro gli imprevisti. Diciamo che finora in queste vacanze ha regnato il caos più assoluto, sono stata punta dal germe del passato rivivendo una sorta di adolescenza scriteriata. Non saprete mai (da me) i dettagli di questa involuzione, vi illustro solo quello che ne è l’epilogo. Per farlo cito le (ridondanti) parole di mia madre “I vizi si pagano…”. In pratica ho un raffreddore terrificante con candela annessa, sono imbottita di ogni diavoleria farmaceutica atta ad annientare ogni tipo di tossina, non ho chiuso occhio e mi trovo (a brandelli) su un volo che mi porterà, passando per Roma, nella capitale greca. A parte tutto ciò, la “buona” notizia è che mi sento propositiva e attendo che la consueta adrenalina da viaggio si impossessi di me e mi aiuti a superare questo turpe momento. Detto questo mi accascio.

Roma, ore 10:30
Aeroporto di Fiumicino, devo trovare velocemente la coincidenza. Non è difficile, a mia disposizione ho più di un’ora e le indicazioni precise facilitano la cosa. Che bello, mi dico, ho il tempo di fare una bella colazione visto che non ho un buco, ma un vero e proprio dirupo nello stomaco. Cerco un bar nelle vicinanze ma ci sono solo fast food. Poi finalmente intravedo qualcuno che beve un cappuccino in lontananza, mi avvicino alla tizia alla cassa:
“Un cappuccino per favore”
“Signora però le devo dire che qui facciamo servizio ai tavoli e le costerà lo stesso.”
“Non importa, mi siedo là al bancone!”
La sala è quasi vuota. Aspetto qualche minuto e nessuna delle due cameriere si avvicina. Intanto il tempo passa.
“Scusi posso ordinare?”, dico a una delle due.
“Ma certo”, mi dice con un sorriso da schiaffi forti e deturpanti.
“Un cappuccino per favore…”
“Arriva subito!”
Uno, due, tre, cinque, dieci minuti. Sono ufficialmente nervosa, osservo il via vai al bancone, non c’è praticamente nessuno. Ogni tre minuti e mezzo circa arriva una tizia piuttosto in carne con un cappuccino o un caffè da servire e suona la campanella per avvisare le due facinorosissime cameriere dell’impegnativo compito. Due sono le cose: o nel retro qualcuno munge le mucche, poi passa il latte a chi macina il caffè per poi inviare tutto al produttore di tazzine che si adopera nell’impiattamento di un banale cappuccino, oppure questi stanno a un bar come me alla pazienza in questo momento. Il gate apre fra pochi minuti. Impreco in aramaico, mi alzo senza dire una parola e me ne vado. Stronze.

Atene, ore 15:14
Eccomi giunta a destinazione. Non vi nego che, se da una parte ho odiato Alitalia per le sue poltrone scomode che hanno impedito anche solo dieci minuti di agognato sonno, dall’altra quasi la ringrazio perché ciò mi ha permesso di ammirare le coste frastagliate e azzurre della Grecia. Sinceramente è stato il primo momento della giornata in cui le lacrime agli occhi erano dovute all’emozione del viaggio e non allo sporco accanimento di virus sul mio povero sistema immunitario. Ho finalmente realizzato di essere partita davvero. Certo la testa mi scoppia e continuo a starnutire e a tirare su col naso ma, osservando la profondità del mare, non ho potuto fare a meno di pensare a Poseidone col suo temibile tridente che si accanisce su Ulisse trasformando quelle che oggi sono tiepide acque tempestate di piccole e grandi imbarcazioni in mostri di onde oscure pronte a scaraventarlo da una parte all’altra del Mediterraneo. Osservando le montagne, inoltre, ho immaginato di sorvolare Delfi, l’ombelico del mondo, che spero di poter visitare nei prossimi giorni.

All’aeroporto scopro con piacere che non hanno perso la valigia, cosa di cui ho il terrore ogni volta che, memore di una precedente esperienza, la imbarco e faccio scalo.

 

Mi armo di coraggio e, con una calma assoluta che ogni viaggio riesce a tirar fuori da me, cerco la linea 3 della metro. Tutti si accalcano infatti a salire sui bus proprio davanti agli arrivi ma io ho studiato e non ho fretta. So che la metro mi porterà a destinazione molto prima e con meno risorse. Spendo 8 euro e decido di scendere a Syntagma Square che mi sembra essere la fermata più vicina all’hotel. Dopo circa 35 minuti di tragitto, arrivo in città. Nel frattempo mi godo il panorama di periferia con un particolare che purtroppo non ho avuto modo di documentare. Noto infatti che ci sono diversi cartelloni pubblicitari nella campagna, sono molto grandi e vecchi, come se nessuno se ne curasse. Nessuno tranne i writers che li hanno popolati con scritte e graffiti. Credo siano di protesta, purtroppo non capisco il greco e la velocità del treno è sostenuta tanto da farmi perdere il senso anche di alcune scritte in inglese. Spero di riuscire ad approfondire la questione e a fare qualche foto magari al rientro.
Da Syntagma Square mi armo di cartina e riesco a evitare il taxi e a finire qui, sul letto da cui vi scrivo. L’albergo è economico e la stanza piccina, l’unica finestra dá su un cortile interno ma non sarà sempre così. Farò degli spostamenti che, almeno sulla carta, dovrebbero essere più entusiasmanti. Staremo a vedere. Ora vado ad ambientarmi.

Atene, ore 19:00
Esco a cercare un museo di arte contemporanea di cui ho sentito parlare. Si chiama Museio Frissiras e, a quanto pare, espone artisti interessanti fra cui Peter Blake e un greco di cui non avevo sentito parlare: Yannis Moralis. Chiedo informazioni alla reception e mi indicano il percorso per arrivarci. Mi infilo su stradine strette dove fanno capolino parecchie case diroccate e graffiti sui muri. A un certo punto giro l’angolo e rimango di sasso: si tratta di un graffito, quello riguardante la Russia e l’Ucraina, che mi è capitato di documentare proprio poco tempo fa in occasione di un articolo sulla street art ad Atene.

Mi emoziono al ritmo di “Make tea, not war”.

Ovviamente fotografo tutto e continuo per la mia strada.

Trovo il museo ma, con infinita delusione, è chiuso dal 1 agosto ai primi di settembre. Te pareva!
Però sul lato della strada intravedo una via interessante che porta a una zona pedonale con diversi negozi e ristoranti e mi lascio trascinare dalla folla. Quindi la Plaka, il luogo vivace di cui avevo sentito parlare, è davvero a due passi dal mio albergo.

Giro un angolo e scorgo in alto in lontananza l’Acropoli, poi giro a sinistra e intravedo a un centinaio di metri un grande arco. Atene è piena di sorprese da lasciarti col fiato sospeso. Oggi non farei in tempo a salire all’Acropoli, è un percorso da fare con calma e serenità, per cui ripiego per la soluzione più veloce.

Scopro che si tratta della Porta di Adriano, un arco di trionfo in marmo costruito nel 131 d.C. in onore, appunto, di Adriano, imperatore filellenico e benefattore della città. La porta segnava il confine fra la nuova città romana e quella greca.

Oltre l’arco compaiono 15 enormi colonne corinzie che sostenevano originariamente, insieme ad altre 89, un grande tempio chiamato Olympeion.

Questo fu iniziato nel VI sec. a.C. e terminato solo 650 anni dopo sotto l’imperatore Adriano. Se poteste vedere l’imponenza di queste meravigliose colonne questo dato non vi sorprenderebbe.

Decido di trasformarmi in un’umile formica e di andare a vederle da vicino. Il caldo è opprimente e le persone si rifugiano in corrispondenza dell’ombra delle colonne. Così faccio anch’io godendomi lo spettacolo a step e facendo diverse foto. Nell’ultima tappa mi soffermo più a lungo. Mi siedo su una panchina in cui, oltre alle colonne, si gode in alto lo spettacolo dell’Acropoli. Penso alla distanza fra le immagini dei libri e la realtà, per la prima volta nella vita percepisco davvero questa grande civiltà, ne sento l’autenticità e il cuore pulsante. È impossibile descrivere a parole, o attraverso immagini, l’emozione di un tale spettacolo. Vi consiglio di provarla di persona, senza filtri.

E poi ci sono i grilli. Sì, proprio così, la città è un pullulare di quelli che mi sembrano essere dei grilli che cantano all’unisono, pare di essere in piena campagna. Sole cocente, grilli, vecchie civiltà e il rumore del traffico in lontananza. Uno strano miscuglio che respiro a pieni polmoni.
Poi sopraggiunge la fame e la stanchezza, devo assolutamente mettere qualcosa sotto i denti e prendere medicine. Torno indietro nella Plaka e mi fermo a mangiare un filetto di pollo grigliato con verdure e patatine accompagnato da una bottiglia d’acqua e da una bustina di tachipirina. Roba da ospedale! “Gli (stra)vizi si pagano, gli (stra)vizi si pagano, gli (stra)vizi si…”.
Per oggi è tutto sperando che Ippocrate mi assista.

Stay Greeced!

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10 commenti

    • Grazie! Sono d’accordo con te e ti dirò di più: viaggiare da soli amplifica a mille questa sensazione… Lo consiglio a tutti almeno una volta, per me è diventata una droga, non so se riuscire i più ad apprezzare il viaggio diversamente…

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      • D’accordissimo con te! Viaggiando da soli si possono notare mille cose in più rispetto a quelle che vediamo di sfuggita quando siamo troppo distratti da amici o parenti. Per non parlare di quanto faccia bene rimanere un po’ con noi stessi!

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      • Esatto… Quando si viaggia in compagnia spesso non si è d’accordo su cosa fare, subentrano tensioni e incomprensioni, per non parlare del fatto che gli altri non sempre apprezzano le tue pause scrittura e aggiornamento dei social. Ma se vuoi pubblicare dei diari giorno per giorno sono indispensabili, la vacanza diventa impegnativa, quasi un lavoro… Ad ogni modo la componente più importante è la seconda che tu hai giustamente sottolineato: la bellezza di allontanarsi dal proprio mondo e ascoltarsi…

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