PsaicoDrammi – Alle poste

Alle Poste

Luogo non specificato, 19 dicembre 2014

“Vacci alle 2, la gente a quell’ora è a pranzo. Vedrai, non trovi un cane!”
E invece ci sono anche i cani a far compagnia ai loro padroni. E, oltre ai loro padroni, prima di me, ci sono un bel po’ di persone a giudicare da un primo sguardo.
Odio le poste. Fin da bambina. Detesto le file interminabili costretta ad ascoltare i discorsi sul tempo, la crisi e il governo. Non sopporto gli operatori maleducati che, dopo che arrivi stremato allo sportello, ti fanno tornare per un dettaglio o fanno di tutto per farti sentire inadeguato come se sia colpa tua se loro lavorano e si stancano.
“Peggio per te che sei venuta a rompermi le palle stronzetta!” dicono i loro occhi mentre tentano inutilmente di essere gentili.
Cerco di farmi coraggio ripetendomi che queste cose succedevano nel passato, adesso ci sono i numeretti, la gente non cerca di superarti e le casse sono divise per prodotto in modo intelligente.
“Vedrai, mezzora e sei fuori.” dico a me stessa mentre mi dirigo verso la macchinetta rivoluzionaria. Vedo tre bottoni gialli: la lettera A per i servizi finanziari, la C per i bollettini e la E per il BancoPosta. Inizio a sudare. Non possono scrivere semplicemente raccomandate anche sotto in piccolino? Una piccola lista di corrispondenze per gente antica che l’ultima volta che è andata alle poste gli operatori inviavano ancora le lettere coi piccioni viaggiatori?
Escludo la lettera E perché, seppur antica, non sono poi così tarda. Mi rimangono la A e la C. Dietro di me si forma la fila, sento addosso l’ansia di chi mi sta dietro. Guardo il tabellone, per la C mancano circa 20 persone, per la A appena 6. Tra l’altro, sempre per esclusione, propenderei per la A, le raccomandate non possono stare coi bollettini postali, o sì? Ma neanche su servizi finanziari… Per non sbagliare prendo entrambi e poi vedo, mi dico.
Intanto cerco di trovare una posizione, la sala è di circa 80 mq ed è in gran parte occupata da file di sedie a mò di cinema. Ovviamente sono tutte occupate e comunque non mi ci sarei seduta, preferisco rimanere ai margini, un po’ in disparte (pur se non di profilo).
Mi appoggio alla parete e aspetto. La fila della A va veloce per cui sono ottimista. Intanto mi sento stretta, quasi mi manca il respiro. Sembra proprio ora di punta, continua ad arrivare gente e, fra gli altri, dei signori sulla sessantina vestiti con abiti da lavoro e odorosi di vino che si posizionano proprio accanto a me. Sono stordita, vorrei spostarmi ma sono chiusa. Sollevo gli occhi e incontro quelli di un ragazzo. Sta dall’altra parte della barricata, dentro un piccolo ufficio. Forse servizi finanziari? Mutui e via dicendo? Forse. Mi chiedo come mai continui a guardarmi, controllo dietro di me, non c’è nessuno. Che mi conosca? Non può essere, me lo ricorderei, non è uno che si dimentica. Intanto cazzeggio su Whatsapp ammorbando gli amici con ingiurie contro le poste. Nelle pause mi guardo attorno osservando le persone per ammazzare il tempo. Dietro di me i rumorosi signori, come da manuale, parlano del tempo, della crisi e del governo.
Poi finalmente la A si libera e corro verso lo sportello indicato.
“Salve, dovrei fare una raccomandata.”
“E cosa ci fa qui? Deve prendere la lettera P.”
“La lettera P? Dove si prende la lettera P? L’ho vista nel tabellone ma nella macchinetta non c’è (e poi guarda che ti ho visto, tu fai sia la P che la A, mettici pure che ho fatto la fila, cosa ne deriva?)”
“Sì che c’è, vada alla macchinetta, è l’ultimo bottone in basso.”
Impreco, forse a voce alta, mentre raggiungo la macchinetta. C’è la fila. Impreco ancora, stavolta in silenzio. Giungo alla macchinetta (blu) per scoprire che, oltre ai tre bottoni gialli, ce n’è un quarto blu in basso in cui c’è quella stronza della lettera P Servizi postali. Blu su blu non si fa comunque, è sleale. E poi per quale ragione la P è diversa dalle altre e relegata in basso? Queste forme di discriminazione mi danno sui nervi.
Respiro a fondo per trattenere il fastidio e prendo il numero, sono là dentro da mezzora e mancano 11 persone al mio turno. Respiro profondamente per farmi forza ma finisco per inspirare i fumi dell’alcol dei signori (ancora) alle mie spalle. Sto per svenire quando alzo lo sguardo e incontro ancora quegli occhi. Mi guarda mentre si infila la giacca, avrà finito di lavorare. L’abito gli dona. Io invece sono vestita da lavoratrice disperata e ho i capelli una chioma incolta, sarà per quello che mi guarda di continuo? Mi trova ridicola e non sa capacitarsene?
Commento la cosa su Whatsapp con le amiche. Stavolta maledico le poste e le diaboliche macchinette ma salvo l’impiegato.
Mancano ancora 5 persone. Un bambino in un passeggino lontano piange disperato trasformandosi in una sirena dei vigili del fuoco.
La testa mi sta per scoppiare quando alzo gli occhi e mi trovo quelli del famoso tizio a circa un metro di distanza. (E che è? Un santone guaritore che appare ogni volta che sto per avere un collasso?)
“Ciao”, mi dice.
Mi guardo attorno. Sì, dice a me.
“Ciaaooo”, rispondo imbarazzata.
Poi continua ad andar via come se niente fosse, esce dalle porte automatiche e sparisce. Non mi giro, non ha senso. Ma soprattutto chi è?
Intanto la sirena dei vigili del fuoco si avvicina. È il turno della mamma proprio allo sportello che sta a due metri da me. La ragazza che li accompagna porta il bambino alla madre. Il bambino è di una bellezza accecante quando, in braccio alla madre, smette di piangere e sorride al mondo. Un altro punto da salvare in quest’avventura. Maledico le poste, le diaboliche macchinette e le sirene dei vigili del fuoco ma salvo l’impiegato insolente e il sorriso solare del bambino. I contro sono sempre in vantaggio, sono imbattibili.
Intanto arriva il mio turno.
“Salve, vorrei fare una raccomandata.”
“La busta?”
“Quale busta? Non ce l’avete voi la busta? (Siete Le Poste!)”
“Eh no, la deve portare lei.”
“Bene, senta… le dico la verità: è da una vita che non vengo alle poste, solitamente faccio tutto online con la banca, avrò mandato massimo tre raccomandate nella mia vita. Inoltre è la seconda fila che faccio, la prego mi trovi una busta, ne avete in vendita vero?”
Fruga sotto il bancone e fa cenno di no poi chiede al collega. Niente buste se non quelle piccole classiche. Va anche a cercarle all’interno. È una donna gentile e disponibile, doti rare nella sua professione. Finalmente torna vittoriosa mostrandomi un cartoncino natalizio. Accetto tutto a questo punto. Mi costa il doppio ma sempre meglio che perdere altre ore, sono pure in ritardo a lavoro.
La gentile signora allo sportello mi chiede di compilare dei moduli, quelli normali non vanno bene. Mi assale il terrore di dover fare di nuovo la fila e la imploro di farmi rimanere lì. Mi assicura di farmi infilare non appena ho finito. Infatti così accade e partorisco la famosa raccomandata all’Agenzia delle Entrate. Agenzia delle Entrate? Cazzo ho mandato un fottuto cartoncino natalizio all’Agenzia delle Entrate?

Altri PsaicoDrammi:
All’Aeroporto
Al centro commerciale

N.B. la foto è stata prelevata brutalmente dalla rete! Se sei il proprietario, contattami in privato e provvederò a mettere il copyright o a levarla.

12 commenti

  1. Eheheh grazie mi sei servita ieri… Ero prontissimo: moduli, penna, penna di riserva tutto precompilato! Numero e fila, giusti! Ero preparato come l’equipaggio sull’Apollo 11 prima dell’attracco con il modulo lunare.
    🙂
    La prossima sfida è Marte !!!

    "Mi piace"

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