PsaicoDrammi – Al centro commerciale

Al centro commerciale

Per la serie “Cosa non farei per l’arte” o “Non si lasciano le cose a metà”, decidete voi. Fatto sta che sono finita di domenica mattina al centro commerciale. Dopo aver svaligiato per mesi i grandi ipermercati, i supermercati, perfino le botteghine del circondario di tutte le riserve di penne e pennarelli indispensabili per le mie esternazioni grafiche, mi sono trovata a corto di strumenti proprio nel bel mezzo di un disegno. E’ dunque per motivazioni reali, importanti e molto delicate che ho dovuto portare il mio culo (stanco) nella caotica frenesia domenicale della Città Mercato.
E’ circa mezzogiorno e la città è spezzata dall’afa torrida (e tipica) di metà luglio che, anche se la gente dice “Non ti devi lamentare, siamo fortunati che quest’anno è arrivata solo ora e ci siamo risparmiati un mese e mezzo di asfissia”, e anche se capisci che hanno dannatamente ragione, non per questo mi dà meno fastidio, mi si appiccica alla pelle, mi impedisce di essere lucida. In particolare mi impedisce di avere quella capacità di sopportazione che il centro commerciale richiede sempre, non solo la domenica. Ma la domenica un po’ di più, per non rischiare di trasformare il tuo giorno di riposo nell’anticamera di un esaurimento nervoso. Sì, perché odio le spinte, la gente che ti viene addosso col carrello, il vociare dei bambini che ti entra nel cervello a mò di scimmia urlatrice in amore, il labirinto delle file la cui combinazione di prodotti cambia spesso per obbligarti a vedere più cose possibili, l’attesa alla cassa, lo scontrino finale… In poche parole consumare, comprare, spendere, acquistare, pagare, denaro, liquidità, moneta, quattrini, carta di credito, contanti, bancomat, money, cash, soldi, soldini, soldoni, dindi, dindini, dindoni e via dicendo… Tutto quel mondo meraviglioso che sta proprio dietro l’angolo e tu sei lì timida e spiantata che ti fai inebriare, senti il canto delle sirene e non puoi resistergli. Cedi.
Metto un euro nel carrello, lo spingo fino all’ingresso, mi introduco nell’edificio e vengo fagocitata dalla bocca vorace della grande Macchina del Consumo. In quel preciso istante divento una cliente standard, uniformata. Sento un prurito nella zona del portafoglio. Non ci faccio caso ed avanzo decisa. Vengo catturata dall’inebriante aroma dei croissant fumanti mentre passo a fianco al bar. Mi viene fame. No, sono a dieta. Proseguo nel mio cammino. L’aria si riempie dei profumi del negozio di prodotti estetici, bagnoschiuma e menate varie. Ora che ci penso volevo comprarmi un doposole che poi la pelle… Accidenti, col carrello non posso entrare. Sarà per la prossima volta, o meglio per la prossima estate. Mi dirigo verso il market interno facendo slalom fra i carrelli. Ho il primo cedimento di nervi quando i signori anziani davanti a me, invece di avere un’andatura costante, si perdono in ‘stop and go’ fastidiosissimi. Cerco di superarli ma cambiano ancora traiettoria tagliandomi la strada. Lo ammetto, provo dei sentimenti omicidi nei loro confronti, ma mi devo calmare, devo essere paziente. Lo stanno facendo apposta per mettermi alla prova e io non devo cadere nella loro infima trappola. Respiro profondamente e rallento il passo, guardo qualche vetrina nonostante non mi interessi il suo contenuto. “Ohm, ohm, ohm”. Riesco finalmente a raggiungere l’ingresso del mercato, ci entro. “Tanto devi prendere solo due cose”, mi ripeto “te la cavi con mezzoretta di tempo e due lire di spesa…”. Questo pensiero mi dà sollievo, mi sento nuovamente ottimista e riesco a portare a termine con successo la delicata operazione di mimetizzarmi fra i consumatori. Ciò che cerco ovviamente è stato spostato dall’ultima volta che ci sono entrata. Questo mi obbliga a fare diversi giri fra le file e guarda caso finisco per vedere qualcosa che mi serve e che non avevo in mente di acquistare. Inizio ad infilare prodotti non preventivati nel carrello. “Tanto l’avrei dovuto comprare, prima o dopo cosa cambia?”, dico alla mia coscienza. Che fa finta di crederci.
Mi guardo attorno. Miei consimili si cimentano anch’essi nella onorevole arte dell’accaparramento di prodotti. Osservo i loro carrelli. Ho sempre pensato che sei quello che metti nel carrello. Quante cose di una persona si possono capire analizzando la sua spesa? Ceto sociale, sesso, abitudini, vizi e vizietti. Mentre rifletto su questo argomento e cerco di arrivare alla zona che mi interessa, finisco nella fila degli alcolici. Di fronte a me un ragazzo ed una ragazza cinesi sui 30 anni circa. Almeno credo… l’età è un attributo che non so dare agli appartenenti dell’etnia asiatica. Per me si dividono in: bambini, ragazzi, adulti e vecchi. Nessuna sfumatura in mezzo. Non è colpa mia, non lo faccio apposta, è che proprio non ho le capacità per scorgerla. Una faccenda culturale, mi dico. Comunque succede una cosa incredibile. La ragazza gira attorno al ragazzo da dietro e, tenendo uno sguardo impassibile, abbassa la mano nelle chiappe di quello che presumo essere il suo compagno/marito/amante e stringe due o tre volte, incurante della mia presenza. Per un momento il mondo si ferma, non riesco a credere ai miei occhi. Are you scherzing? Non solo la cinesina sta toccando il culo al cinesino, ma lo sta facendo come se stesse suonando il clacson di una di quelle vecchie auto dell’800. “Pobi pobi!”. Rimango sorpresa, non avevo mai considerato la vita sessuale dei cinesi. Ma quindi si desiderano? E soprattutto quello è il loro modo di dimostrarlo? Guardo i loro volti. Sono completamente impassibili. “Ma come?”, vorrei urlare a lui. “Ti ha appena toccato il culo, e tu che fai? Sorridi almeno, oppure falle uno sguardo madido di fremente brama animale…”. Niente, il tipo continua a fissare le bottiglie di prosecco. Vai a capirli, penso mentre li supero. Mi ritrovo nel corridoio centrale, laddove si intersecano le file. Sono completamente disorientata. Un vecchietto è alle prese con un abito femminile lungo ed aderente tinta unita chiaro, lo prende in mano e lo stende per capire quanto è lungo e soprattutto se la moglie ci può entrare. Chissà, forse la moglie è nei camerini e lo ha mandato a prendere un’altra taglia, o forse lei è a casa e lui glielo vuole regalare per farle una sorpresa. Magari per l’anniversario, con un biglietto: “Sei ancora così, come ti vidi la prima volta…”. Che romantico, penso. Non ci sono più gli uomini di una volta.
Finalmente arrivo alla zona degli articoli da disegno e mi fermo ad osservare i diversi prodotti. Oggi non andrò via di certo a mani vuote, mi dico eccitata. Inizio ad infilare nel carrello provviste di penne e colori che neanche in un asilo in un anno scolastico… No, forse il paragone è esagerato, però tanti. Troppi forse, ma ciò mi eviterà di sacrificare nuovamente utili istanti della vita ad impazzire fra le file di un supermercato. Di domenica mattina per giunta…
Passo nella zona gelati, afferro due vaschette al cioccolato senza farmi accorgere dalla coscienza. Tutto fila liscio. Meno male, ne ho le scatole piene delle sue ramanzine. Bene, adesso manca l’acqua ed abbiamo finito. Carico due confezioni nella parte anteriore del carrello. Poi mi dirigo verso le casse, ansiosa di completare la mia missione. Ma il carrello, col peso dell’acqua, non va più come ci si aspetterebbe, devia, sbanda. A quel punto i miei nervi iniziano ad irrigidirsi ed accavallarsi, comportando un fragoroso azzeramento della mia capacità di sopportazione di quel luogo. E’ passata un’ora e mezza, alla faccia della mezzoretta e ci mancava solo il carrello imbizzarrito. Lotto disperatamente fino a raggiungere la cassa. Davanti a me una signora posata sui cinquant’anni circa. L’accompagna sua figlia sedicenne che è stata delegata a mettere i prodotti nel nastro trasportatore della cassa. A posteriori mi chiedo come ad una donna che va a far la spesa con la figlia adolescente possa venire la geniale idea di mettere nel carrello un vasetto di vasellina. Così, con nonchalance, fra il dentifricio e la marmellata. Zac! Ecco il vasetto del peccato… Io e le diverse persone in fila dietro di loro non ci saremmo mai accorti della cosa se non fosse per la figlia che, alla scoperta dell’imbarazzante prodotto, dopo averlo afferrato e sbandierato in aria, urla stizzita:
“Scusa mamma, mi spieghi cosa te ne fai della vasellina?”
All’improvviso il micromondo in cui eravamo si è fatto una landa silente. Tutti sono impalliditi e un silenzio assurdo è calato fra noi. La signora è diventata bianca, poi rosa chiaro, poi rosa shocking per finire rosso gambero.
“Te l’ho detto che ho quei fastidiosi calli nei piedi. La uso per ammorbidirli…”, risponde alzando la voce per farsi sentire da tutti. La spiegazione forse è plausibile, potrebbe anche servirle per quello, ma non ci crede nessuno. Neanche la figlia, che fa un cenno di fastidio del tipo: “Non te la cavi mica così, ne riparliamo a casa…”. Mi riprendo dall’immensa emozione che la scena mi ha regalato e penso: “Oggi è la mia giornata fortunata! Scene così non ne vedevo da parecchio, nei posti dove vado io c’è calma piatta. Una noia… Forse è il caso che cambi giro, le mie esigenze di consumo esigono una contropartita in termini di vivacità socio-comportamentale. Secondo me comunque è un segno, di cosa non lo so. Forse mi sorteggeranno come la milionesima cliente del giorno e mi faranno l’incredibile sconto del 2% sugli acquisti…”. La signora se ne va con lo sguardo basso, mentre la ragazza la segue con aria di rimprovero. Tocca a me. Nessuno sconto dell’anno, nessun miracolo e nessun malfunzionamento della cassa a mio favore… Il totale non son proprio due lire, che poi sono euro… i modi di dire andrebbero aggiornati col cambio della moneta. Mi correggo: il totale non fa proprio due euro. Ma non ha lo stesso suono, non significa niente. Due euro non son mica due lire, due euro sono due fottuti euro. Due centesimi di euro? No, suona male comunque! Mentre maledico l’entrata dell’euro nella mia vita e ripongo la spesa nella busta, vedo il ragazzo dopo di me che osserva ciò che ho comprato. “Ognuno è quel che compra”, penso. Io adesso, forse, sono la direttrice di un asilo disidratata e maniaca del gelato al cioccolato, oppure la segretaria eccentrica a cui piace sfoggiare penne fighette, o una mamma con ambizioni artistiche per il figlio infante. Nella mente del ragazzo potrei persino essere una sedicente artista desiderosa di finire il suo ultimo disegno. Ma dal suo sguardo penoso credo che mi abbia preso solo per una strana, soprattutto quando, vedendomi allontanare imprecando contro il carrello che non ne vuole sapere di andare dove dico, mi fa un cenno verso l’acqua. “Cosa?” gli dico. “Forse dovresti bilanciarle meglio quelle. Prova a metterle verso di te…”. Divento rossa, mi sento un’imbranata. Lo sono. Sposto l’acqua, lo ringrazio con un gesto e scappo spingendo il carrello perfettamente funzionante verso l’uscita, verso l’aria e la libertà di essere solo una sedicente (e maldestra) artista che vuol finire il suo ultimo disegno…

Il consumismo ti consuma

N.B. le foto sono state “pinnigate” brutalmente dalla rete! Se sei il proprietario, contattami in privato e provvederò a mettere il copyright o a levarle.

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7 commenti

  1. Sono arrivato alla fine con un po’ di angoscia in corpo dopo questo psaicodramma al centro commerciale, ma penso sia un thriller comico davvero interessante e divertente! eheh Al prossimo psaicodramma 😉 Un saluto!

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