Appunti di viaggio

New York day-by-day – Arrivo in città (Day 1)

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Manhattan, quest’isola che galleggia su acqua di fiume come un iceberg di diamanti
Truman Capote

17 agosto 2016

Cagliari, ore 12:06 (ITA)
Una blogger corre trafelata nei pressi del Gate 1 dell’aeroporto di Cagliari-Elmas. Secondo voi chi è? Dove va? Ma soprattutto perché corre se il gate non è ancora aperto? E perché tutti la guardano come se fosse un animale strano? Lasciamo le risposte, se esistenti, nascoste fra la nebbia delle sue indubbie tipicità, le stesse che rischieranno di tramutare il suo viaggio in una intrepida fiera del ridicolo. Enjoy & Smile!

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Cielo, ore 16:12 (ITA)
Appena decollata da Milano in direzione Londra, le Alpi in basso e il morale (in) alto. Non ho dubbi che il vostro spiccato acume vi abbia permesso di identificare la protagonista della precedente scenetta. Pertanto approfitto di questi tempi morti (e fortemente alienanti) fra aeroporti e aerei, per chiarire la mia posizione in questo viaggio. Questo è il quinto anno di seguito in cui viaggio da sola e condivido le mie avventure con voi lettori. Siamo partiti leggeri a Siviglia e abbiamo incrementato fino ad arrivare all’esaltazione del disumano a Vienna l’anno scorso. Il viaggio nella capitale austriaca, più che una vacanza, si è trasformato in un vero e proprio lavoro fra musei e reportage d’ogni sorta. Ora, sebbene abbia passato gli ultimi mesi a studiare la Grande Mela e probabilmente sia più preparata di parecchi newyorkesi, quest’anno chiedo una tregua. Anzi non la chiedo, l’ho già concessa a me stessa. Ragion per cui vige la regola dell’improvvisazione, una specie di ritorno alle origini arricchita dall’esperienza di questi anni. Ciò significa che potrebbero esserci dei vuoti, dei semplici sunti (consentiti anche elenchi puntati e numerati), oppure, in caso sovvenisse particolare ispirazione, potrei anche propinarvi i soliti pipponi assurdi. Insomma, fatto salvo che cercherò di aggiornarvi almeno con gallery e video, non prometto nulla. Poi al ritorno, se lo riterrò opportuno, svilupperò degli approfondimenti.
Sì, sto mettendo le mani avanti ma il blog è mio e così pure il viaggio per cui, se vorrete venire con me, dovrete rispettare il mio stringente desiderio di leggerezza e lasciarmi godere di questo anniversario dei cinque anni in solitaria. Saprò ricompensarvi al mio ritorno, lo prometto.

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Cielo, ore 21:39 (UK)
Lasciato l’immenso aeroporto di Heathrow, mi ritrovo a rincorrere il sole su un aereo ultraccessoriato con addosso una copertina che il plaid di mia nonna, in confronto, sembra l’apoteosi del trendy. Davanti a me una commedietta romantica, il primo film trovato disponibile anche in lingua italica. I vicini mi sentono ridere, in realtà le palpebre hanno una voglia dannata di abbandonarsi all’oblio ma le intense fragranze di cibo hanno aperto una voragine nel mio apparato digerente, per cui resisto strenuamente. Inoltre il cielo non mi aiuta visto che pulsa luce a go-go in modo disorientante. Lasciata Londra all’imbrunire, infatti, la luce non fa che aumentare invece che cedere il posto alle tenebre. Sì, è così, stiamo davvero inseguendo il sole. Non dimentichiamo poi il fattore Atlantico protagonista di simpatici sogni horror la scorsa notte. Ricordate quanto sia impressionata dal sublime vero? Pensate a Santorini e alle sue fauci vulcaniche… Ebbene, adesso è la volta di uno striminzito (e indifeso) Boeing della American Airlines che sorvola un oceano spropositato. Non mi sento tranquilla, ecco.
Nel frattempo è arrivato il cibo, ho impiegato tutto il coraggio per ingugitarne il minimo indispensabile per arginare il precipizio di fame in cui mi sento sprofondare. Non è stato abbastanza. Ok, fanculo luce e oceano. Dormo.

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New York City, ore 22:18 (USA)
E chi ha dormito? Dopo il secondo film e diverse rifilate di cibo (o ciò che sarebbe spacciato come tale), mancavano solo due ore all’atterraggio, come segnalava l’efficientissimo computer di bordo opportunamente posizionato di fronte a ognuno dei passeggeri. Non volendo perdermi lo skyline più famoso al mondo, ho pensato fosse opportuno mantenermi sveglia. Peccato che non fossi dalla parte del finestrino e che la signorona dalle origini anglofone al mio fianco mi abbia privato del tutto della visuale. Immaginerete la profonda frustrazione vinta solo da una certa adrenalina da viaggio e dalla consapevolezza di avere in futuro altre occasioni per godere della visuale. E poi che mi importa? Sono sana e salva a New York City! La città è mia, devo solo passare il controllo immigrazione e un supershuttle, prenotato in Italia, mi porterà all’appartamento.

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JFK, ore 23:39 (USA)
Terminato controllo immigrazione con visto ESTA fatto in patria e un piccolo questionario da compilare fornito direttamente sull’aereo. Pensavo peggio, in mezzora riesco a uscirne e faccio checkin online del supershuttle, un taxi condiviso sul quale mi trovo in questo momento.
Il mio inglese, nonostante mi sia messa d’impegno con app e menate varie negli ultimi mesi, non si è schiodato dal livello impediti cronici. La comprensione del parlato mi fotte, non ci son quizzetti che tengano. Comunque l’autista, un americano di origini indiane, mi scambia per una spagnola apostrofandomi con “bella senorita” e mi porta in giro per i terminal a raccattare gli altri passeggeri. La buona notizia è che son la sua preferita per cui mi fa sedere davanti e forse finalmente vedrò lo skyline. Se non mi addormento.

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Manhattan, ore 01:25 (USA)
Finalmente a casa, si fa per dire. Nel frattempo ho visto lo skyline, vi mando un’anteprima, non si vede tanto ma sappiate che ho sentito brividi intensi mentre passavo per Brooklyn e il Williamsburg Bridge. Sono davvero a New York, accidenti sono a New York City! E ci sono arrivata da sola, da una piccola cittadina di provincia, da un puntino insulso, seppur meraviglioso, rispetto a questa immensità. So che Carrie e le altre approvano, anzi le vedo, mi fanno l’occhiolino mentre sorrido alla notte della Big City…

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N.B. Ogni giorno, a fine diario, troverete una pillola quotidiana di Woody Allen. Ho scelto lui come padrino di questo viaggio per due motivi: il primo riguarda il suo rapporto imprescindibile con New York e Manhattan; il secondo perché il suo acuto cinismo carezza teneramente i lati beceri del mio animo, gli stessi per cui non nego di avere un certo debole.
Ecco il primo stralcio:

“Io non ho anima. Lo sai che vuol dire? Mettiamola così: da giovane avevo meno paura aspettando la rivoluzione che adesso aspettando Godot.”
(Woody Allen, da “Harry a pezzi”)

Stay NYed!

15 risposte »

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