Schizzi saltuari – Pane e divergenza [19]

Telephone Sheep by Jean-Luc Cornec
Telephone Sheep by Jean-Luc Cornec

Riflessioni fanta-cosmiche sull’esistenza (e la resistenza)

Sono stata allevata a pane e divergenza.
Proprio così, quando ancora gli ideali non erano morti e i genitori ti insegnavano
la democrazia e la libertà di espressione guadagnate a suon di morti e di eroi.
Ho iniziato a leggere, e divergere, in giovane età quando la spinta maggiore era verso
la difformità, la non omologazione, l’anticonformismo. Poi è arrivata la filosofia con le sue iniezioni di criticismo e con Kant in pole position.
Una volta superata l’ardua fase dell’adolescenza, in cui questo atteggiamento di sfida-negazione attecchisce più dell’acne sulla pelle, è arrivata la maturità in cui tutto si ridimensiona e, se prima la negazione era a priori, adesso viene vagliata dalla riflessione.
Però c’è ancora, esiste. Soprattutto da artista non posso che anelare qualcosa che vada oltre la massa, che si distingua.

Non vi sorprenderà dunque se mi permetto di fare un esame della situazione di oggi. Ecco come la vedo io, da un punto di vista sociale e storico. Premetto che non ho verità assolute e che sto solo cercando di esaminare la realtà, pur sapendo che solo i posteri riusciranno ad avere un’idea più esaustiva di cosa sta succedendo.
In particolar modo vorrei capire in che modo i social network influiscano, e influenzino, la nostra capacità di distinguerci dalla massa.
Io credo che l’uomo sia stato investito da una grande novità e, come sempre accade in queste situazioni, si sia fatto prendere dall’entusiasmo, anzi si sia fatto prendere tanto la mano da spostare il suo piano reale in quello virtuale. Non avete fatto caso ai titoli allarmistici in caso di blocchi di Facebook e degli altri social? Cosa significa questo? Cosa succederebbe se il blocco fosse definitivo? Le persone saprebbero ancora rappresentarsi in un contesto reale?

I social hanno sicuramente dato voce a tutti, tutti sono uguali e hanno diritto di dire la propria opinione su tutto. Tutti hanno il diritto di fare affermazioni e diffondere notizie. A dirla così, sembrerebbe un fatto positivo, finalmente si è liberi e si può affermare la propria personalità. Ma è davvero così?
La maggior parte delle persone non approfondisce e non verifica le fonti, le fake news continuano a circolare di click in click cavalcate dal sensazionalismo e dall’allarmismo che sono evidentemente ciò di cui l’animo umano in questo momento storico ha bisogno e si nutre.
Se si esamina la situazione dall’esterno, la presunta libertà di cui tutti parlano a me pare pilotata, sia dal punto di vista etico e sociale, sia da quello politico. La condivisione parossistica di contenuti pilotati è un segno di omologazione. E questo lo sanno bene i politici che hanno spostato il loro campo d’azione sui social. Soprattutto il populismo che attecchisce molto bene facendo leva sulle paure della gente.

“Ma se ho letto che…”, “Ma se mi hanno detto che hanno letto che…”
“Ma sei sicuro di quello che dici? Hai letto l’articolo in cui si diceva che?”
“L’articolo? Io ho visto solo il titolo…”

Ecco, il titolo. Il titolo…
Io credo che i social siano strumenti molto pericolosi, soprattutto se il livello di cultura delle persone che lo usano è molto basso (e questa è oggi la situazione, diciamocelo). Credo che il crescente nazionalismo si nutra di questi strumenti pericolosi e ne ho avuto prova qualche giorno fa leggendo il seguente articolo:

https://www.theartnewspaper.com/news/new-state-department-visa-policy-could-stifle-outspoken-artists-social-media-output

In pratica negli Stati Uniti, per entrare, sei costretto a dichiarare i tuoi account social. Come mai? A cosa serve che uno stato sappia le tue opinioni espresse liberamente sui social? È ancora concesso dissentire? Divergere? Cioè, se io non son d’accordo con la politica di un Trump, ad esempio, sono ancora la benvenuta negli Stati Uniti? E se io qui in Italia divergo dal modus operandi di un Salvini, cosa rappresento? Sono un nemico dello stato? L’opposizione è ancora contemplata?
Ma soprattutto, se sono un artista, posso ancora esprimere la mia opposizione attraverso le mie opere? Come mai, come si legge nell’articolo, gli artisti che toccano temi politici stanno iniziando ad abbandonare i social? Quella che lasciano non è forse una forma di omologazione? Non è controllo di ciò che si DEVE dire, fare, creare?

Ecco, a tutto questo io oppongo la divergenza. Divergere è un’attitudine e io divergo. Non su tutto e aprioristicamente, ma alla base divergo.
Son convinta che l’uomo sia capace di risorgere, di prendere consapevolezza della situazione in cui si è ficcato per cambiare il suo destino. Storicamente è sempre successo.
Per questo vorrei “coniugarmi” insieme a voi: io divergo, tu divergi, egli diverge, noi divergiamo, voi divergete, essi divergono.
Ripetiamolo insieme, e fino alla nausea.

ps la questione controllo dei social a fini di prevenzione del terrorismo non regge. La polizia, o chi di dovere, ha già i suoi strumenti di controllo in caso di sospetti. Sospetti, appunto.

4 commenti

  1. E sui siti dei quotidiani per intellettuali sensibili ai problemi sociali e politicamente corretti c’è il video diventato virale, un miliardo di visualizzazioni, e il link alla pagina twistagram dell’influencer che ha fatto i soldi, il meglio, non cercate niente di vostra iniziativa.

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