Grecia day-by-day – Santorini – Arrivo nell’isola [Day 3]

21 agosto 2014

Atene, ore 6:17
Mentre voi dormite o siete ancora in giro per bagordi alla (quasi) luce delle vostre 5 e un quarto, io ho già qualche ora di sveglia e qualcosina da raccontarvi.
Tutto è iniziato in una notte dal sonno travagliato inframmezzato da sogni e risvegli più o meno sereni. Poi finalmente alle 5 sono suonate le vere sveglie che erano sì simili alle cinque o sei sentite dalla mia immaginazione nel frattempo, ma stavolta erano vere e tangibili. Sì perché sia il tablet che lo smartphone devono aver deciso, del tutto autonomamente, di scaricare una sintesi vocale in italiano e di utilizzarla per annunciare alla loro dormiente padroncina il momento designato per lasciare il mondo di Morfeo. Ragion per cui la voce piuttosto afona di una sconosciuta ha violato il mio sonno riportandomi alla realtà in modo brusco e irrispettoso. Pur essendo un’androidista convinta e una ferma sostenitrice della libertà e della democrazia, devo ammettere di non aver apprezzato questo slancio di indipendenza decisionale da parte delle mie apparecchiature elettroniche. Adesso non è comunque il momento di fare tante storie, ho una paura fottuta di rimanere a terra, faremo i conti a casa come in tutti i complicati rapporti familiari che si rispettino.
In 10 minuti sono fuori dalla stanza, ho già provveduto a pagare e avvisare la reception il giorno prima. In pochi minuti faccio checkout e mi butto per le strade di un’Atene buia e quasi deserta. La destinazione è il Pireo che spero di raggiungere almeno un’ora prima della partenza. Non chiedetemi perché ma mi ero fatta l’idea che il famoso porto greco fosse spropositatamente grande e che avrei necessitato di almeno un’ora per ritirare il biglietto (già acquistato on-line), trovare la nave e salirci. Con le scarpe da tennis ai piedi mi dirigo velocemente verso la metro Monastiraki sentendo echeggiare per le vie solo il rumore del mio trolley. In pochi minuti giungo a destinazione e seguo le indicazioni della linea green direzione Pireo. L’alternativa sarebbe stata un taxi che mi sarebbe costato 20 euro ma mi sono impuntata e quando decido una cosa il mulo mi fa un baffo. E poi quei 20 euro me li mangio stasera brindando alla testardaggine.

Di fronte a me sulla metro un turpe donnone mi guarda di traverso. In realtà non capisco se guardi proprio me visto il suo strabismo ma, con quello che sembra essere l’occhio “buono”, di certo non ha quello che si dice un bel sorriso. Ecco un presagio, penso. Omero ha deciso di inviarmi un segno della sua presenza attraverso la donna polifemica. Non so cosa questo significhi ma un po’ me la faccio sotto soprattutto in vista della traversata che mi aspetta.
So che state per interrompere la lettura, sempre che siate arrivati fin qui, pensando: “No, cazzo, ecco il classico pippone Grecia/mare/Omero/Odissea!”. Ebbene, è proprio così. Non avrò rispolverato inutilmente le gesta di Ulisse nelle scorse settimane per rinunciare a immedesimarmici a causa della vostra insensibilità verso la mitologia. Scordatevelo!
Comunque, dopo circa 35 minuti e la voglia di infilzare con un dito l’occhio torvo della gigante antipatica, arrivo al Pireo. Trovo subito la biglietteria, mi danno il biglietto e son pronta a salire sulla nave 1 ora e mezzo prima  della partenza. Prendo un cappuccino e una bottiglietta d’acqua nel “caddozzone” (bancarella ambulante) del porto che fa 10 a 0 in velocità alle fighette inoperose di Fiumicino, poi salgo sul traghetto.

Ero convinta di avere una poltrona, mi ci siedo per poi accorgermi che sono numerate. Cerco il biglietto e non lo trovo, credo di averlo perso così come ogni possibilità di dormire. Mi siedo al bar sulla vetrata che dà sul mare e faccio colazione. La traversata per Santorini durerà 7 ore e mezzo, in poche parole sono fottuta.

Sul traghetto, ore 9:30
Sto morendo di sonno. Controllo la stampa del biglietto on-line e noto che c’è scritto “Poltrona riservata” nonostante sia seguita da “Economy”. Decido di tentarmela e vado da un addetto ai naviganti. Gli faccio vedere le scartoffie stampate e mi ride in faccia. Mi spiega che le poltrone cosiddette economy sono le sedie del bar dov’ero finora. Se per un momento si era accesa una lieve speranza di poter affrontare in modo dignitoso questa lunga traversata, essa si spegne irrimediabilmente e fa posto al più assoluto sconforto. Inoltre il tizio fa vedere il mio biglietto al collega e ridono sommessamente del mio cognome che peraltro non riescono a pronunciare. Che significhi qualcosa di ridicolo? Una parolaccia? Non ho manco connessione per controllare, ma in compenso mi sovvengono una marea di parolacce in italiano, sardo e stranamente anche in inglese che vomiterei loro addosso molto volentieri. Tuttavia non lo faccio e me ne vado zitta e demoralizzata col trolley a seguito visto che non lo posso lasciare incustodito.
Mancano più di 5 ore all’arrivo e i miei occhi tendono a chiudersi. Prendo la guida National geographic sulla Grecia in cui c’è una cartina delle Cicladi. Mi accorgo di aver scelto proprio l’isola più a sud, quella il cui tragitto è più lungo. Potevo andare a Mikonos come tutti si aspettavano viste le mie recenti affinità verso i suoi usi e costumi? O a Idra o Paros come avevo pensato in un primo momento? Forse sono proprio le isole che si intravedono dal traghetto. Le Cicladi sono infatti costellate di isole che forse neanche compaiono nella mia grossolana cartina.

Decido di uscire a prendere aria ma non faccio in tempo a mettere fuori il naso che mi investe un’afa irrespirabile. Accidenti a me e al risparmio. Idiota.

Sulla nave, ore 10:45
Cerco di leggere un pochino ma mi si chiudono gli occhi. Decido di accasciarmi sul tavolino per provare a dormire come vedo fare a una marea di persone. Certo son tutti ragazzini ma me ne fotto teneramente. D’altronde sono o non sono una sportiva? É il momento di dimostrarlo!
Mi risveglio dopo circa 20 minuti lasciando una scia di elegante bava sulla borsa in pelle. Cerco di dissimulare il fattaccio soffiandomi il naso che si è trasformato in un ricettacolo di mucosità estremamente dense e rigogliose. Cazzo, ok son guarita ma così non faccio altro che peggiorare la mia già terribile situazione agli occhi delle persone che hanno avuto la sfortuna di condividere con me questo tavolo-letto. Ripiego per il nichilismo assoluto: sto zitta, sospendo il giudizio, fisso il mare e attendo che il tempo scorra.

In realtà qualche pensiero sovviene comunque. Non riesco a distogliere lo sguardo dalle scure acque, il canto delle sirene mi ammalia e ripercorro le scoscese vie della mia coscienza. È stata un’estate complessa dove amore, amicizia e affetto si sono intrecciati, scazzottati, feriti e confusi. È arrivato il momento di trovare le armi per combattere Scilla e Cariddi e riportare ordine. Che si nascondano lungo la scia di queste acque profonde? Che riesca, attraverso il loro influsso, a liberarmi della ninfa Calipso che si ostina a tenermi prigioniera da tempo immemore nella sua isola di incanti? Che queste oscurità imperscrutabili solcate da prodi eroi riescano a rischiarare il mio cammino affinché possa tornare all’agognata Itaca? Fra me e Penelope si è messo di mezzo nientepopodimeno che il re dei mari, il temibile Poseidone. Se solo non avessi accecato il donnone mono-occhio stamattina sulla metro…
La voce dello speaker interrompe il flusso di pensieri. Siamo arrivati a Paros.

Porto di Paros, ore 11:45
Che vi dicevo? Sarei già arrivata e non mancherebbero ancora 3 lunghe ore prima di toccare terra. Sento la nave far manovra e salgo su per saperne di più. Accidenti stiamo attraccando nel porto di Paros. Intravedo i colori tipici delle isole greche: case bianche imperniate di un blu denso. Inizio a emozionarmi. Forse ce la posso fare.

Mare nei pressi di Santorini, ore 14:40
Siccome sono sveglissima mi era sfuggito che, volendo, avrei potuto acquistare il wireless satellitare sulla nave. Finalmente arriva il colpo di genio che ci voleva Einstein… Comunque l’importante è esserci alfine arrivata e, mentre il traghetto fa il secondo scalo a Ios, ho modo di ricollegarmi col mondo, condividere l’articolo di ieri e sparare note vocali di whatsapp a tutti i miei cari.

Ci siamo… Thera è sotto di me e mi avvicino velocemente al suo cratere. Non vi nego che la cosa mi turba alquanto, siamo io e lui e mi chino umilmente al suo cospetto chiedendogli di risparmiarmi e offrendogli in cambio risonanza mediatica attraverso il racconto della sua storia. So che il mio è un piccolo blog e poche le persone che potrò raggiungere ma spero che potrà apprezzare il gesto e le intenzioni perché sono certa che possiede un grande animo nobile e disinteressato alla vanità terrena. Scappo a godermi il paesaggio dell’isola sempre più vicina.

Porto di Santorini, ore 15:30
Non vi nascondo che le solite manovre di attracco dense di vibrazioni mi mettono un certo terrore addosso.
“Fai piano”, urlo fra me e me al capitano o chi per lui, “devi essere delicato, qui riposa Thera e guarda attorno a te cos’ha combinato l’ultima volta che si è svegliato…”.
Tutt’intorno si intravedono infatti i segni della sua eruzione: le scogliere nere e frastagliate restituiscono un’idea perfetta del suo sprofondamento negli abissi.
Comunque ho già parlato approfonditamente del vulcano e non riprenderò l’intera storia che lo vede probabile responsabile della fine della civiltà minoica cretese, adesso sono qui e tutto ciò che posso fare è rispettarne lo spirito sopito con tutto il silenzio che possiedo per paura di non disturbarne il riposo.
Mi trattengo sul traghetto osservandone l’attracco per uscire fra gli ultimi ed è qui che mi imbatto in un personaggio che devo assolutamente mostrarvi. Si tratta di un ragazzo giapponese accompagnato da una ragazza e, come scopro dopo, da un altro ragazzo.
La particolarità del giovine nipponico biondo ossigenato non riguarda solo il suo abbigliamento, caratterizzato da pantaloni sportivi in misto lana attillati e culettino pronunciato, canottiera slabbrata con pelo ascellare in evidenza, cuffietta sempre in misto lana, ciabatte da infermiere e occhialoni da sole decisi.

No, è soprattutto il suo comportamento ad attirare la mia attenzione, e non solo la mia se è per quello. Egli ha appesa al collo una grossa macchina fotografica collegata (presumo) a una più piccola che tiene in mano rivolta verso di sé come se stesse riprendendo il suo importante sbarco sulla terra vulcanica. È molto eccitato e continua a proferire un verbo che per ovvie ragioni non riesco a comprendere. Se il mio inglese è un porco lurido e obeso, il giapponese è un drago alcolizzato e dalle origini incerte. Insomma inesistente…
Comunque il tizio opera un deciso sculettamento sbatacchiando delle natiche all’apparenza rifatte a destra e sinistra e su e giù tanto che, nell’osservare il loro movimento, un po’ mi gira la testa.
In generale egli si atteggia a grande divo nonostante le sue parvenze somiglino a quelle di un gatto randagio preso a legnate. Eppure egli è evidentemente orgoglioso di sé e così pure il cameraman (coperto da una felpa grigia) che compare dietro e che non perde un solo attimo della sua performance.
Forse è il protagonista di una di quelle trasmissioni demenziali commentate dalla Giallappa’s in “Mai dire banzai”. Di certo il tipo è strano, almeno per i canoni europei. Se non ci credete cercate di spiegarmi perché porta nello zainetto a rotelle un elmetto da minatore con un porta telecamerina appeso sopra e un mezzo pattino. Perché? Ditemelo!

Ristorante a Fira, ore 21:50
Scusate il termine ma qui c’è un gran puttanaio. Ma andiamo per gradi: scendiamo dal traghetto e veniamo investiti da una marea di gente che propone hotel o spostamenti verso le località più note dell’isola.
Procedo oltre e trovo dei bus che per 2,20 euro ti portano a Fira, la capitale di Santorini, dove ho preventivamente prenotato una camera. Il biglietto si fa a bordo e sono molto ben organizzati. In 20 minuti circa mi trovo a destinazione nonostante i tornanti per salire la scogliera mi facciano provare terrore puro più di una volta. Ma sono viva e solo questo importa.
La strada per la città mostra un paesaggio “anticato” mi vien da dire: vecchie officine meccaniche, piccoli market un po’ sgangherati, case a schiera semi disabitate… Insomma, un’ambientazione surreale da film anni ottanta.

Poi finalmente arriviamo in città, che poi è più che altro un paesino turistico pieno zeppo di gente. L’ubicazione dell’hotel è perfetta: lontana dalla confusione e allo stesso tempo a due passi dal centro. L’unica nota negativa è una terribile rampa di scale su cui devo trascinare la valigia ma non mi sono allenata tutto l’anno per niente, anche se farlo a 30 gradi metterebbe a dura prova chiunque.
Alla reception mi accoglie un ragazzo gentilissimo e prendo possesso di quella che scopro essere una comoda matrimoniale ampia e accogliente.
L’unico neo è che dà sulla zona colazioni ma non è un problema (almeno credo, vi dirò domani), non sono venuta qui per dormire.

Dormo un po’, ancora troppo poco per essere in forma, mi faccio una doccia ed esco fra la folla.
Vengo fermata almeno una decina di volte: i locali non si contano, gli italiani pure ma ho deciso che farò finta di essere colombiana, d’altronde ad Atene mi ci hanno scambiata causa abbronzatura.

Entro nella prima taverna tipica greca del mio viaggio per spendere i famosi 20 euro del taxi mancato stamattina.
La Grecia è il primo paese straniero con cui credo di poter andar d’accordo a livello culinario. Oggi è la volta del primo pesce tipico innaffiato di vino. Il cibo è ottimo e arriva il conto: 20,90… Il giusto prezzo della mia testardaggine.

Stay Greeced!

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6 commenti

  1. Bello come tutti i tuoi racconti Barbara!Avevo iniziato a leggere e ho visto che era lungo,ho pensato “caspita,non ci arriveró alla fine!”Pero non ho alzato lo sguardo finché non ho finito e questo pk sei semplicemente brava.

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