Barcellona 2014 Day-by-day – Fundació Joan Miró, mostra di Ai Weiwei e Street art tour (Day 1)

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Barcellona, 13 Novembre 2014

Ore 21:45 – Stazione metro Catalunya

Aereo, bus, metro. Ore e ore di viaggio. Cambio linea verso Drassanes e mi siedo. Il treno arriva fra 4 minuti e 5. Sono fra una portoricana e un tizio boh. Di fronte a me, oltre i binari, una ragazza attira la mia attenzione per il suo dondolio continuo. La guardo. È seduta sulla panchina a cui sembra tenersi mentre continua a dondolarsi. È scalza e, a fianco, ha un cartello: “I’m hungry I’ve no home I live in the street”.
I piedi sono scalzi e sporchi. C’è freddo. Le guardo il viso che storce con smorfie nervose. Poi inizia a far dondolare anche quello tenendosi alla panca. Piange. Si asciuga le lacrime con la manica del giubbotto logoro. Si ricompone e riprende a dondolare. In mano ha un bicchiere in carta in cui raccoglie i soldi. Dondola anche quello. Piange ancora, si asciuga e dondola. Intorno a lei nessuno, mi giro a guardare la portoricana e il tizio a fianco. Impassibili.
La guardo ancora. Fra noi i binari. Mi guarda fra le lacrime. Le asciuga, dondola, poi si alza, acchiappa il cartello e va via zoppicando. Mi guarda ancora prima di sparire.
Addio donna triste, tu non lo sai ma hai aperto una voragine.

Barcellona, 14 Novembre 2014

Ore 13:37 – Bar sgangherato in via Parallel

Iniziava così il mio ennesimo tour nella Catalunya ieri notte. Ci ho bevuto e dormito su ma non ho scordato. La verità é che non voglio scordare.
Dopo aver poggiato la valigia sulla pensione a due passi dalle Ramblas, ho raggiunto i soliti amici che sono ormai la scusa della mia visita annuale nella città catalana. Senza far tardi, oggi si prevede un giornatone. I piani sono stati rispettati.

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Pavimentales di Mirò sulle Ramblas

L’unica cosa che proprio non tollero è la strutturazione della giornata in 24 ore. “A me non bastano”, ripeto a voce alta mentre cammino alla ricerca della Fundaciò Joan Mirò sul Montjuic. I passanti mi guardano straniti, loro non lo sanno ma con me c’è Brabs, è a lei che mi rivolgo. Certo non tutti riescono a scorgerla ma vi assicuro che c’è. Lei ieri notte ha insistito molto perché mollassi albergo e appuntamenti per passare dall’altra parte della metro. Avrebbe voluto dare qualche moneta a quella donna, ha anche pensato di lanciargliela da lì a costo di sembrare la nuova campionessa mondiale di lancio del peso per principianti o seghe che dir si voglia. Oppure avrebbe potuto abbracciarla, darle un segno di umanità. Anche solo sedersi a fianco a lei e dondolarsi rispettando il suo silenzio.
Non ne ho avuto il coraggio, arrivare dall’altra parte con la valigia, la stanchezza, la donna che è scomparsa. La leggerezza. Insostenibile. Dell’anima.

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Mercato de La Boqueria sulle Ramblas

“Accidenti a te e alla tua intolleranza al freddo”, continuo. Stamattina mi sono bardata manco fossi nei paesi nordici. Peccato che il Montjuic sia in alto e io abbia deciso, come al solito, di mettere alla prova allenamento e senso dell’orientamento. Dopo diversi sbagli di percorso, mi trovo dunque a scalare la collina con maglione di lana a collo alto, giubbotto grosso e una vagonata di imprecazioni in greco. Ah no scusate, quello era un altro viaggio.

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La salita verso la Fondazione Mirò è un viaggio in una Barcellona fatta di verde, uccellini che cantano e tanto silenzio. Si alza il vento, una foglia ingiallita dall’autunno mi finisce fra le mani. Sorrido, la tengo con me, credo sia un segno di fortuna. Esprimo un desiderio: arrivare alla Fundaciò prima di Natale.

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Il desiderio si avvera: ecco l’edificio progettato da Josep Lluís Sert. Lo vidi già parecchi anni fa in gita al liceo. Credo di essere molto diversa da allora. Non lo credo, lo sono.
Mirò donò buona parte delle sue opere alla Fondazione: 175 sculture, 240 pitture, 9 opere tessili, 4 ceramiche e 8.000 disegni. Ovviamente questo enorme patrimonio non può essere esposto interamente per motivi di spazio per cui le opere girano periodicamente, non sono sempre le stesse. A parte quelle fondamentali.

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Acquisto l’audioguida per capire di più sulle opere. La prima sala è come un pugno in pancia. Il grande arazzo che la domina, progettato da Mirò e realizzato dall’artista tessile Josep Royo, sembra trafiggere coi colori tipici di Mirò.

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“Questo è solo l’inizio. Calmati!”, dico a Brabs. È che lei coi colori si infiamma e i suoi colori, quelli di base, sono simili a quelli di Joan. “Ti posso chiamare Joan?”, chiede Brabs. “Smettila, non fare la maleducata. E poi Mirò è morto, non può sentirti. Forse.”

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Da lontano intravedo “Coppia di innamorati che gioca coi fiori di mandorlo”. Le onde blu sfiorano la luna. Lei si specchia incurante sull’acqua fra i colori accecanti che carezzano il suo amante. Si guardano e sorridono mentre i mandorli scoppiettano di fiori. Poesia. Profonda.
L’opera è stata realizzata per la città di Parigi nel 1975. Mirò era vecchio. E stanco. E incazzato col mondo dell’arte che gli rimproverava di produrre opere commerciali e di aver perso di vista l’arte stessa, la sua vera poetica.

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L’opera che mostra maggiormente questo suo ribellarsi alle etichette che gli aveva assegnato il mondo dell’arte è “Tela cremada”(1973), una tela bruciata e rovinata dedicata a coloro che vedevano nei suoi quadri un oggetto di lusso prima che un’opera d’arte.
È impressionante vedere una tela Mirò bruciata ma ha senso. Molto senso.

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In realtà, prima di conoscere la sua opera e la sua personalità artistica, anch’io ho talvolta pensato che Mirò potesse essere a tratti commerciale. Poi ho letto della sua vita, del suo modo di condividere l’arte con altri artisti, del suo sperimentare e aprirsi a nuovi stili e prospettive. E poi c’è l’amato surrealismo. Che esplode.

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Mi perdo fra le opere riempiendomi di luce e colore. Passo dalla sua prima fino alle ultime osservando le trasformazioni e il progresso della vitalità artistica di Mirò. Quando ho pensato di aver raggiunto l’apice cambio sala e mi ritrovo un altro apice in un crescendo interminabile.

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Le sculture prendono vita, raccontano di un Mirò che aggiungeva ironia e umorismo alle sue opere, un Mirò che voleva distruggere la pittura, la voleva stuprare per giungere a nuovi modi di espressione.
Fra le sculture, quella che più esprime questo concetto è “Personaggio con ombrello” del 1973. Guardate la foto. Espressione di vivido surrealismo. Mi fermo mezz’ora per percepirne ogni particolare. Sì, parlano.

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Dopo aver visitato la terrazza e aver goduto dell’esplosione di vita e ironia delle sculture che vi fanno capolino infrangendo, con le loro tonalità accese, il panorama della città, esco dal museo.

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È uscito il sole. Il mio maglione in lana col collo alto pensa al suicidio. Lo imploro di non farlo, non è ancora giunto il momento di lasciarmi. Lo calmo e ci incamminiamo insieme verso valle. Scorgo un graffito di C215.

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Le foglie mi seguono e ridono felici, o forse è il vento, o forse l’acido che mi son fatta. Il lisergico che è in me ha il brutto difetto di risvegliarsi nei viaggi e di voler prendere il sopravvento. Ci riesce. C’è da dire che io non oppongo resistenza.

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Ore 20:20 Ristorante vicino al B&B

Dovete sapere che ieri notte, mentre tornavo a dormire, sulle Ramblas mi è apparso Ai Weiwei. Stavolta non si tratta di visioni dovute a lisergite adrenalinica (che comunque non vendo), le Ramblas sono tempestate del suo simpatico faccino.

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Caso (estremamente) favorevole ha voluto che proprio adesso la città di Barcellona sia onorata di ospitare la mostra di uno degli artisti cinesi più conosciuti al mondo. Attualmente il più conosciuto. E controverso.
Insomma stamattina, proprio dopo il cappuccino che l’anno prossimo mi porto il thermos, mi son piazzata alle 10:00 a La Virreina per scoprire che la mostra sarebbe stata visitabile dalle 12. Ragion per cui, dopo la sfacchinata montjuichiana e qualche sbaglio di strada (di ritorno) che ormai fa parte del pacchetto, eccomi giungere alla mostra con una curiosità che non la batti neanche se “ti devo dire una cosa, anzi non so se posso, ci son troppe persone coinvolte che mi hanno chiesto di non dirlo…”. Appunto per quello.

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Entro e ho la prima sorpresa: la mostra è gratis. Il ragazzo all’ingresso ha una gentilezza cordiale e disarmante. Devo dire che anche le ragazze da Mirò lo erano, sorridenti ed estremamente disponibili, ma questo le supera. Fatto sta che entro.

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Come prima cosa mi appare tutta la collezione dei famosi ghigni, diti medi, ditelo come volete ma quello sono. Solo che non rappresentano il solito gesto stizzito (e maleducato) che ha fatto l’infanzia (e non solo) di (pressoché) tutti, quanto la sua applicazione ai più famosi edifici e simboli delle più importanti città al mondo. Nessuna esclusa tipo Parigi, Mosca, la stessa Barcellona.

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Poi mi si presenta il vaso Hang, proveniente da un’antica dinastia cinese, brandizzato Coca Cola che insomma… lo capite senza che ve lo spieghi.

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Ma non é finita qui… ero convinta, vista l’abitudine in patria, di vedere al massimo due o tre opere importanti dell’artista, quando ho capito che qui la faccenda è estremamente seria. La mostra copre la rosa (quasi) completa di un artista di cui vi invito a conoscere l’opera.

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Ai Weiwei non è uno qualsiasi. Egli è una persona che ha deciso di combattere i problemi di diritti umani e ingiustizie correlati alla sua terra natia, chiamasi Cina, attraverso l’arte. Non aspettatevi dunque rose e fiori (per modo di dire) quanto un modo alquanto controverso di concepire la sua comunicazione, un modo basato sulla contestazione, sul sovvertimento e sull’inversione delle regole condivise.

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Una delle opere che ho avuto il supremo onore di vedere, oltre al vaso Hang, é il suo lavoro sul terremoto del Sichuan e sulle persone morte che il governo cinese non sembra voler riconoscere. Ai Weiwei sottolinea inoltre la mancanza di accorgimenti atti a prevenire questo tipo di problema.

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Detto questo, per tagliare, visto che la situazione me lo impone, vi dico che una delle opere che più mi ha colpito
è sicuramente l’interpretazione del barocco catalano. Ci sono delle manette di mezzo e una carta da parati invadente. Però ci sta se riesci a proiettarti nel mondo Ai Aeiwei. Ciò non è facile, la cultura cinese non lo è, però ce la possiamo fare, basta allargare gli orizzonti, pensare fuori dall’orticello, abituarsi ad ampiare le proprie prospettive non dando nulla per scontato.

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Mi fermerei ore a contemplare le sue opere in religiosa devozione se non fosse che ho un appuntamento per il tour della street art che ho già programmato da mesi e che non ho nessuna intenzione di paccare. Corro verso il MACBA nella Placa dels Angels, luogo dove è fissato l’appuntamento ogni giorno caschi il mondo.

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Arrivo e mi sento sperduta. Però poi, nell’immensità di pischellini inebriati dal paradiso dello skate, vedo spuntare un tipo con il cartellino barcelonastreetstyletour che tanto agognavo. All’inizio sono sola, poi arriva una californiana. Poi ancora due inglesi. Siamo in 4. Inizia il tour. Il ragazzo che ci fa da cicerone é peruviano, ha una giacca simil-elegante verde, il capello lungo e riccio che straborda da un cappellino nero pieno di strass e una camicetta a fiori. “Cazzo, son nel punto giusto” mi dico.

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Ci spiega che il tour è gratis per una questione etica, che loro sono amanti della street art e amano condividerla col mondo. Ci incamminiamo per il tour la cui prima tappa è il muro di Keith Haring di cui avevo già sentito parlare. Ciò che non sapevo è che non è l’originale ma una riproduzione voluta dal MACBA, in quanto il primo fu rovinato.

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Il resto vien da sé con opere di artisti noti spaziando fra i ritratti armoniosi e variopinti di Alice Pasquini ai classici personaggi di Pez divenuti ormai simbolo di Barcellona, dalla figlia (riconquistata) di C215 alle sperimentazioni di Art is Trash, dagli aborigeni (blu) di Cranio agli stencil più vari e disparati che mi è capitato di vedere (solo per immagini) sul web.

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Però poi c’è il resto. Chris, è questo il nome della nostra guida, conosce ogni angolo e centimetro delle mura cittadine tanto da farmi scoprire una marea di nuovi stimoli e artisti correlati da far accapponare ogni pelle streetartistica che si rispetti.

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Oltre ai graffiti, infatti, la città pullula di quelle che io chiamo installazioni di streetart.

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Un esempio? A parte le mattonelline disseminate in tutto il quartiere che portano messaggi e idiomi grafici, ci sono installazioni vere e proprie con lattine, tappi o altri materiali di riciclo che vengono utilizzati per veicolare messaggi di pace e rifiuto dello status quo, dell’utilizzo strumentale dei brand e di tutto ciò che rappresenta l’assorbimento aprioristico di questi modelli ormai entrati nel vivere comune.

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Purtroppo i mezzi tecnologici a mia disposizione non sono stati capaci di seguire tutte le due ore di percorso che vi consiglio di fare se appassionati al genere.
Sono soddisfatta, credo di aver arricchito il mio patrimonio per quanto riguarda la streetart ma, se penso alla giornata intera, diciamo per quanto riguarda l’arte contemporanea tutta. Cosa voglio di più?

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Cibo, ecco cosa voglio! Vado a cena e conosco un simpatico mezzosangue sardo mentre assaporo i calamari al vapore col nero di seppia. Non male devo dire. La notte è ancora giovane, io mi ci butto!

¡Buenas tardes!

6 commenti

  1. Bello e commovente come inizio…la ragazza dondolante….grazie a te resterà nella memoria di chi ti legge…almeno per un po’ sarà anche lei “protagonista” una volta nella sua vita.

    • Sì è possibile, anche se temo che lei non abbia questa ambizione, io credo che lei avesse qualcosa da espiare, qualcosa di molto brutto… Non credo si trattasse di povertà o delle sue condizioni di vita, c’era di più…

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