Progetti foto-narrativi

Le memorie dell’ombrellone – Dell’animale da spiaggia [1° tranche]

PREMESSA:
Dopo anni e anni di sopportazione e rassegnata tolleranza, un collettivo di ombrelloni ha deciso di ribellarsi alle angherie perpetrate dagli umani Le memorie dell'ombrellone e di sputtanare senza pietà l’imbarbarimento psico-neuronale che questi subiscono una volta sotto la loro rassicurante ombra.
Colta da forte empatia e da pietosa commozione, ho deciso di sposare la causa e di farmi portavoce di queste povere vittime che hanno finalmente (e coraggiosamente) rotto il silenzio. Ragion per cui, ho deciso di sacrificare una rubrichetta estiva per riportare le loro storie.
Inizierò con quella raccontatami dall’ombrellone che ha trascorso con me parte dell’infanzia nelle spiagge dorate del sud Sardegna.
In realtà ho raccolto questo sfogo-confessione nel maggio 2012 in occasione della presentazione del libro “Elucubrazioni socio-comportamentali“. Avendo esaurito tutte le minchiate nello scritto in questione, il caro ombrellone è venuto in mio aiuto fornendomi questa (greve) storiella da rifilare al (rado) pubblico presente.

CAGLIARI – ELUCUBRAZIONI SOCIO-COMPORTAMENTALI: Dell’animale da spiaggia
Esiste un’altra arena dove il cagliaritano esprime tutto il suo più curioso brio comportamentale: la spiaggia.
“Mamma, andiamo al mare?”
“No, Barbara, oggi è Domenica e la spiaggia è invasa dai cagliaritani, ti ricordi l’ultima volta?”
Queste erano le parole di mia madre quando, d’estate, ci trasferivamo a Chia per le vacanze. Durante la settimana si andava in spiaggia, nel fine settimana subentrava il terrore angoscioso di metterci piede perché veniva invaso dai famigerati cagliaritani con il loro fastidioso vociare e il loro modo rozzo di approcciare la stupenda spiaggia che ci ospitava ridente e benigna tutti gli altri giorni.

Si organizzano all’alba e, con le macchine piene “a cuccuru“, si mimetizzano con gli extracomunitari che vanno a vendere nelle spiagge.
Arrivati ai parcheggi, iniziano i soliti litigi logistici. Tu prendi quello, tu l’altro, non dimenticarti la borsa frigo, anzi le borse frigo. In una vanno le bevande, in una is malloreddus, in una i panini e nell’altra la frutta, per non parlare della grossa anguria-attira-vespe che viene comprata a peso d’oro per la strada dai vari fruttivendoli e piantata in riva al mare, attentando così alla tranquillità dei gagliardi passeggiatori da spiaggia che, con i loro petti sporgenti, rivitalizzano la noiosa atmosfera da tintarella di sole.

Poi devono essere trasportati i vari ombrelloni, usati per delimitare la zona. Essi vengono piantati, ad intervalli regolari, a mò di recinzione, per informare chi ha la sfortuna di piazzarsi nelle vicinanze, che quello è territorio vietato, inviolabile. Qualche volta dei simpaticissimi cagnetti da guardia nani e ringhiosi sono messi agli ingressi per scoraggiare gli intrusi.
Al centro dell’accampamento, come i tuareg insegnano, viene messo l’assembramento più importante, quello dove si svolge il pranzo, il caffè e la pinellina di fine serata, mentre i nonni intrattengono i nipoti in uno spassosissimo torneo di bocce.
Gli ombrelloni vengono uniti e ricoperti da teloni sgargianti, per fare ombra al classico tavolo da campeggio con le sedie. Niente è lasciato al caso.

Dopo la preparazione dell’accampamento, gli adulti pensano di potersi rilassare, ma subentra improvvisamente la questione battibecco con figlio per qualsiasi sciocchezza. Le urla si disperdono nel radioso aere.
La nonna o la prozia di turno, nello splendore del loro nero costume intero, si intromettono creando zizzania e accrescendo il volume di tali contrasti sonori.
Sì, perché la famiglia si sposta completa la domenica: dalla bisnonna al nipotino di un anno. Generazioni che si susseguono e che danno un quadro completo delle sfumature veraci dell’allegra famigliola cagliaritana.

C’è la nuora tutta pepe che si spinzetta l’inguine con nonchalance mentre sfoggia la sua terza rifatta e riesce a malapena a trattenere i pochi peli sopravvissuti nel suo “spaccatroddio” Dolce & Gabbana falsa marca, la fidanzatina del figlio minore che maltratta, con sguardo sadico, ogni esternazione cutanea imprevista nella schiena del suo amato, urlando:
“No, il bagno dopo, finisco di spremere questi orribili punti neri e arrivo!”
Non mancano i maschi del gruppo che, con le loro acrobatiche racchettate, affliggono i passanti e i vicini di ombrellone mentre cercano di fare la classica pennichella:
“Scusi signora, stava dormendo? Si è spaventata? Dai, non se la prenda! Le scoccia tirarmi indietro la pallina?”

Ma soprattutto ci sono i terribili bambini che corrono fra gli asciugamani levando nell’aria le loro zompettate di sabbia che ti vanno a finire giusto fra i denti mentre cerchi di colloquiare col tuo vicino di asciugamano.
“Scusi signora, sono bambini…”, dice la madre, notando il tuo sguardo omicida. E tu non sai se odiare di più l’irrispettoso e molesto atteggiamento dei pargoli o quelle risposte che ti fanno accapponare la pelle. Tutto posso sopportare ma non che mi si chiami “Signora“…

STAY SUMMERED!

18 risposte »

  1. Di buzzurroni con le teglie di pasta al forno è piena l’Italia, non c’è bisogno di venire da tè! :)
    Una volta non andavamo di domenica, poi neanche al sabato, poi neanche la settimana d’agosto, poi abbiamo smesso di andare definitivamente e ci godiamo la campagna pugliese! :)

    "Mi piace"

    • Abbiamo già chiarito questo punto nei commenti precedenti. Io parlo delle mie esperienze, come ho fatto in “Cagliari – Elucubrazioni socio-comportamentali”. Il libro era rivolto ai cagliaritani, utilizzava espressioni dialettali (come in questo stralcio d’altronde) ma alla fine tanti mi hanno detto di essersi ritrovati nonostante provenissero da altri contesti. Alla fine si parla dell’uomo e delle sue eccentricità che sono identiche dappertutto ;)

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