Praga day-by-day – Staré Město: Sex machine, Dalì, Mucha, bufera e Jazz boat (Day 2)

Avviso ai naviganti: questa parte del diario di viaggio é indicata per un pubblico al di sopra dei 18 anni d’etá, forse anche di piú. Quindi se sei un “moccioso”, chiudi subito questa pagina.
“Chiudila, ho detto!”
Se invece sei un adulto, prima accompagna a letto i pargoli e poi, con tutta serenitá, torna a leggere e a gustarti le immagini di uno dei musei più curiosi e divertenti che io abbia mai visto: quello delle macchine del sesso.
Ma partiamo dall’inizio. Seguendo i percorsi della guida, oggi ho deciso di dedicarmi alla città vecchia, quella che viene chiamata Staré Město. Credo che Město significhi cittá, perché c’è anche la nuova, che vedró un altro giorno: la Nové Město.

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Day 2

Stamattina ho comunque optato per la Metro, comprando un biglietto da 24 ore e meravigliandomi della destrezza linguistica col bigliettaio. Sto migliorando il mio inglese, anche se la pronuncia é sempre (eufemisticamente) mediocre. Comunque non è servito a granché visto che il mio orgoglio per essere riuscita a beccare la linea giusta, quella verde, si é vergognato di se stesso nel momento in cui mi son ritrovata esattamente alla fine della piazza Venceslao. Ma come? Di nuovo? Comunque tutto ciò mi ha dato la possibilità di vedere con occhio ciò che avevo letto su Italia Praga one day, e cioè che la moda del momento é mettersi in vetrina e farsi fare la pedicure da piccoli pescetti importati da NonSoDove. Ovviamente é sconsigliata per chi soffre il solletico come me e soprattutto l’acqua non sembra poi così limpida da attirarmi dentro a provare. Anche perché ho letto che i poveri pesci sono portatori di malattie di ChissàQualeTipo. Purtroppo nel momento in cui passo io non c’é nessuno in vetrina, ma faccio comunque la foto al locale con l’omino di peluche umano che dovrebbe essere messo lì ad attirare clienti, potrei sbagliarmi ma lo vedo un po’ scazzato, un tantino demotivato. Anche se poi si presta a fare la foto e mi saluta pure. Mi ricorda un po’ un Furry fandom ora che ci penso, ma credo sia l’influenza del famoso museo sulle macchine del sesso. Chissá come si divertirebbero i fandomisti là dentro.

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Thai massage

Riesco finalmente ad imboccare le stradine pedonali del vecchio centro storico, quello che nel 1992 é stato incluso fra i patrimoni dell’umanità dell’Unesco. Fra mercatini di souvenir, cristalli di Boemia e altre menatine per turisti, vengo attratta da un edificio dai toni vermigli in via Melantrichova. Si sa quanto il colore rosso faccia perdere la testa, pensate ad esempio ai tori impazziti nella corrida. Il rosso é il colore del cuore, dell’amore, della passione.
Qualsiasi sia il motivo che mi ha spinto lá dentro, ci sono entrata come ipnotizzata. La prima cosa che mi ha attirato é stata una poltroncina tutta rossa che misura la passione amorosa (Love tester), il classico specchietto per le allodole, quello che attira dentro i turisti e li convince ad entrare poi al museo. Mi ci siedo. Intorno a me si affollano i passanti e ridacchiano facendomi cenni di Ok ed occhi languidi per i risultati che io non vedo. E non li vedo perché vengo distratta da uno strano movimento vibratorio della poltrona proprio sotto le mie gambe. Mi sento ufficialmente in imbarazzo e non rivelerò oltre quello che é successo lá sotto neanche sotto tortura.

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Sex Machine museum - Love tester

Comunque mi convinco ad entrare, la cosa sembra interessante e poi la ragazza all’ingresso, alla mia domanda se fosse disponibile un’audio guida in italiano, mi mostra le descrizioni a fianco ad ogni macchina da guerra, opps scusate di sesso, e mi fa notare che esiste anche la versione italiana. Anche perché, mi spiega, il proprietario del museo é proprio mio connazionale. Non so perché ma la cosa non mi sorprende. Il costo del biglietto é 250 corone, quindi sui 10 euro. Si può fare, dai. Entro e percorro le numerose salette a bocca aperta. Sinceramente non avevo idea che potessero esistere molti dei simpatici giocattolini che vi vedo esposti. Alterno lo stupore al divertimento puro (e sano) e mi dico: “Certo che l’uomo anche prima che arrivasse la tecnologia, si dava da fare per inventare passatempi. Soprattutto nel campo sessuale, a quanto pare…”

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Sex Machine museum

Vi faccio un breve elenco delle cose viste e mi direte se ho ragione… Parto da quelle banali e scontate come vibratori piccoli, medi e grandi in ogni tipo di materiale, irrigatori, corpetti e vesti sia per facilitare l’amore, sia per impedirlo. In quest’ultima categoria l’oggetto che più mi ha tormentato é stata una cintura di castitá per donne fatta di piccoli dentini di ferro da far invidia ad un pirana. Inoltre “portapacchi” di ogni tipo, persino scarpe dotate di membro (quelle non le ho capite), bastoni da passeggio con raffigurazioni erotiche. Da menzionare, fra questi, la variante giapponese (ergonomicamente) cava che veniva usata (caddozzamente) per urinare senza sbottonarsi. È presente anche l’altalena erotica, anch’essa a quanto pare piuttosto diffusa ed anch’essa in più varianti e colorazioni, banchetti con utensili vari piazzati in diversi modi.

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Sex Machine museum - cintura di castità per donne

La sedia per pissing, pur non sapendo della sua esistenza, non mi sorprende. Curiosa invece la scatola magica, una scatola a grandezza d’uomo in cui, nelle feste paesane, veniva fatta sdraiare una donna nuda. Il cubo, finemente decorato all’esterno, è munito di piccole finestrelle in cui si affacciavano gli uomini per sbirciare. In poche parole la versione antica delle attuali Live webcam a pagamento. Fra gli oggetti che mi hanno fatto sorridere maggiormente, invece, la macchina portatile elettrica per erezione, varie versioni di vibratori a manovella, cinture antimasturbazione, guanti da esplorazione, profilattico per finta vergine (viene rilasciato liquido rosso nel momento della penetrazione), falli artificiali in gomma con pompetta gonfiabile usati soprattutto da omosessuali.

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Sex Machine Museum

L’ultimo piano una sala è interamente dedicata alle macchine per pratiche sadomaso che De Sade si farebbe una p… opps niente. Prima di andar via vengo attratta da una sala buia in cui vengono proiettati quelli che scopro essere due pornazzi spagnoli in muto e bianco e nero. Come posso leggere nella descrizione sono del 1925. Non mi fermo a lungo ma leggo le trame. Si tratta dei due classici dell’immaginario erotico di sempre: il prete che circuisce le penitenti promettendo loro il perdono in cambio di “particolari” servizi, ed il medico con le pazienti. Sapete il giochino del dottore? Proprio quello. Comunque fanno ridere, non vi dico perché, ma accidenti se mi hanno fatto ridere!
(Scusate la lunga parentesi, ma non ho saputo resistere)

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Sex Machine Museum - la ruota

Proseguo verso la meta, la piazza della città vecchia, che si trova ad unz ventina di metri. Individuo immediatamente uno dei simboli di Praga: il municipio con il grande orologio astrononico. È molto più bello di come l’avevo visto nelle numerose foto delle guide, mi affascina. Resto anch’io qualche minuto fra la folla di gente ferma ad ascoltare la spiegazione della guida. Purtroppo nessun gruppo di italiani a cui scroccarla alla coatta.

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Municipio - Orologio astronomico

L’enorme piazza che mi si apre più avanti mi ricorda quella di Cracovia con i chioschi centrali che vendono salsicce, formaggio arrosto e le patate cotte in grandi contenitori di metallo poggiati sul fuoco. Sembra di piombare in un’atmosfera antica, danubiana, vichinga. Al centro della piazza la statua di Jan Hus, che morì al rogo con l’accusa di eresia. La statua in questo momento sta venendo ristrutturata, come capisco dalle transenne tutto intorno e da una finestrella aperta nel bronzo in cui si infila quello che pensavo essere un senzatetto imboscato e che è invece evidentemente un addetto alla ristrutturazione.

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Piazza della città vecchia

Intorno alla piazza alcune delle guglie che hanno contribuito ad attribuire a Praga il nome di “città delle mille guglie”, o “delle cento torri” in un’altra versione. Oltre al municipio già menzionato, si affacciano nella piazza, infatti, la chiesa di San Nicola, tra i primi esempi di barocco praghese, il Palazzo Kinsky in stile rococò ed il santuario gotico della Madonna di Tyn. È un tripudio di stili, influenze, arti diverse che contribuiscono alla bellezza della piazza, ma soprattutto al suo fascino storico. Questo luogo assistette, infatti, all’incoronazione di Carlo IV, all’assassinio di San Venceslao ed all’assassinio dei capi hussiti, solo per citare alcuni degli avvenimenti più importanti.

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Piazza della città vecchia

La percorro tutta e noto che in un palazzo c’è una mostra del fotografo Viktor Kolář. Più avanti una doppia esposizione di Salvador Dalì e Alfons Mucha. Devo decidere, sono incuriosita soprattutto dall’art nouveau di Mucha, visto che ho già avuto la fortuna di vedere delle opere di Dalì in altre città. Scelgo la doppia esposione e Mucha, grande artista ceco considerato uno dei padri dell’art nouveau e fondatore dello stile pubblicitario, non mi delude.

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Esibizione Dalì e Mucha

Tra l’altro, nonostante il signore anziano e dall’aspetto triste posto all’ingresso mi abbia chiesto di non fotografare, dalla finestra aperta riesco ad immortalare la piazza gremita di turisti ed artisti di strada. È un bello spettacolo, non resisto. Faccio anche una foto all’immagine dello stesso Mucha ritratto con un’espressione (per me) artisticamente irriverente e delle sue (credo) modelle nude o in pose particolari.

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Alfons Mucha

Sono delle bellissime foto antiche e non resisto, d’altronde non sto fotografando le opere, non sto usando nessun flash, non sto facendo nulla di male. Il signore poi non si vede. Peccato che, quando esco col sorrisone falso, scopro che ci sono telecamere in ogni stanza della mostra le cui riprese lui ha giusto in visione dalla sua comoda postazione. Mi avrà preso per la solita italiana idiota quando mi guardavo le spalle per vedere se arrivava. Ho la coda fra le gambe mentre scendo le scale, lo ammetto.

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Salvador Dalì

Entro alla mostra di Dalì, il grande Dalì… Come immaginavo non ci sono le sue opere maggiori, ma per me sarebbero meravigliosi anche i suoi scarabocchi sulla lista della spesa. Un po’ come lui, i suoi baffi, il suo stile surrealista che si riflette nei suoi gesti, nello sguardo…
Comunque  Kolář non mi sfuggirà, ho letto di lui ed approfondirò in patria. Dalle foto che ho visto, merita sicuramente una pagina in una delle rubriche del blog dedicate alla fotografia.

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Entrata della mostra di Viktor Kolář

I piedi mi fanno male ma continuo il mio cammino. Devo arrivare al Ponte Carlo. Ci sono diverse cose che mi incuriosiscono di quello che rimase l’unico ponte ad unire i due lembi della città fino al XIX secolo, il ponte più antico, quello che conserva la storia dei praghesi.
Al centro del ponte c’è l’enorme statua in bronzo dedicata a San Giovanni Nepomuceno in ricordo del suo martirio. E’ infatti situata nel punto della Moldava in cui i sicari di Venceslao IV lo buttarono perché si rifiutò di rivelare ciò che la regina gli aveva detto in confessione. Un’altra cosa che mai potrò appurare ma che, a quanto pare, è stata verificata in laboratorio, è la leggenda/diceria/verità(?) che per costruirlo più robusto ed indistruttibile si usarono nell’impasto della malta anche dei tuorli d’uovo. Si dice che Carlo IV chiese a tutti i villaggi del regno di inviare un carro di uova per tale scopo. La cosa è assai curiosa.

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Entrata del museo dell'assenzio

Ad ogni modo al ponte non ci arrivo perché vengo sorpresa da un’autentica bufera, non una pioggerella, una vera e propria tempesta con mulinelli di vento ed acqua a gogo. Un po’ mi spavento, ho freddo, i piedi completamente inzuppati e doloranti, l’ombrello imbizzarrito che vuole volare via. Mi fermo un po’ a ripararmi fra le frotte di turisti, poi mi dico: “Che faccio? In qualche modo devo tornare!”. Mi faccio forza e tiro fuori dal cilindro il mio lato zen. È inutile disperarsi. Controllo la cartina e cerco di avvicinarmi alla metro con la triste consapevolezza che mi verrà un accidenti. La Moldava sembra indiavolata, il cielo pure. E che cavolo, cosa ho fatto di male? Perché? Comunque riesco ad arrivare alla metro e poi a casa, sono un relitto umano, ma sono intera nonostante tutto.

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Bufera sulla Moldava

Riposo diverse ore, mi attende la serata musicale, non posso arrivarci distrutta. Eh sì perché stamattina mi sono prenotata il JazzBoat. Dovete sapere che il jazz qui è molto apprezzato, guarda un po’ la coincidenza. Quando l’ho scoperto sono andata in un brodo di giuggiole. Il Jazz che mi segue anche in vacanza, è il destino, il mio destino. Brabs e il Jazz.
È dal primo giorno che cerco un Jazz club. Nella Cartoville ce ne sono indicati diversi, tanto che ieri notte sono andata a cercare l’Agharta che si trovava vicino all’albergo. Uso il passato perché non esiste più, così mi hanno spiegato dei signori nel pub vicino. Evidentemente le informazioni della mappa non sono aggiornate.

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Il JazzBoat sulla Moldava

Comunque nella pensione scorgo il depliant del JazzBoat: Listen, Taste & Look. Una cena romantica nella Moldava a suon di jazz and blues. Oggi ci sarà la Marcel Flemr Blues Band. Non so chi siano, ma mi fido. Chiedo a Brabs se le va un po’ di blues, lei mi guarda col suo sguardo più dolce e mi risponde: “Certo tesoro…”
Scelgo un posto in un tavolo e pago dal sito con carta di credito. Sono 590 corone, circa 30 euro, escluso il cibo. Potrei già scegliere un menù, ma preferisco farlo direttamente sul battello. Esco con molto anticipo temendo di non trovare il posto, e invece lo trovo facilmente, piove e ho dimenticato l’ombrello. Scelgo un luogo riparato, ne approfitto per scrivere e attendo le 20, orario in cui è previsto l’imbarco. Poi vado tutta giuliva alla banchina dove mi attende la grande barca.

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JazzBoat o board

Mi siedo al tavolo 4, non so se qualcun altro lo condividerà con me, ma i cechi, a quanto pare, non hanno problemi a farlo. Ho letto da qualche parte che è loro abitudine. Spero fino all’ultimo che mi mettano con italiani o qualcuno che possa capire la mia lingua, anche se di italiani se ne vedono pochi in giro da queste parti, anzi sul battello salgono per lo più famiglie o coppie di origine locale. Ed invece sorpresone, si siede con me una coppia di spagnoli di Alicante col loro bambino di un anno e mezzo. Ed è così che conosco l’appassionato di jazz più giovane al mondo: il piccolo Hilberto. All’inizio non riusciamo a comunicare causa inglese stentato: il marito non lo parla, la moglie male e io… beh l’abbiamo capito. Però poi decidiamo di optare per lo spagnolo e l’italiano (io ci aggiungo anche il sardo) e finiamo per capirci e passare una bella serata. Hilberto mi fa sorridere, balla tutto preso a ritmo di blues di fronte ai musicisti. Io mi giro da lei e le dico:
“Mira Hilberto que baila!”
Non credo a quello che sento. Ma come? Lo spagnolo in poche ore diventa quasi la mia lingua madre, e l’inglese? In quel momento interiorizzo veramente (e senza scherzi) la consapevolezza di non poter più tergiversare sulla questione corso di inglese.

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JazzBoat - musicisti

Da mangiare ordino un salmone grigliato con un impasto di patate che in patria non avrei mai preso in considerazione perché troppo pesante in estate ma qui ci sta, pensavo peggio considerando la mia difficoltà di adattamento culinario. Sono viziata, lo ammetto. E infatti, comunque, le salse le ho fatte levare. Non mi avranno mai! Il conto finale della cena, con due bicchieri di (corposo) vino rosso, sarà di 500 corone, sui 20 euro. Totale serata una cinquantina di euro più o meno.
Esco per raggiungere la toilette, finisco fuori a due metri dal fiume nella brezza gelida della notte. Ripenso a San Nepomuceno e alla sensazione che deve aver provato quando ce lo hanno buttato. La Moldava mi incute paura, è scura, sporca e io non ci voglio finire. Rientro dentro velocemente. I musicisti sono bravi (ho fatto un piccolo video di due minuti che trovate alla fine dell’articolo), la serata è  piacevole.
Si parla sempre e solo di LoveBoat, io mi sento felice nel JazzBoat, anche perché, per me, Jazz e Love coincidono…

Let’s Jazz in Prague & Stay Pragued!

Jazz Boat – Marcel Flemr Blues Band

10 commenti

  1. Navigando per la rete, accade persino che ci s’imbatta in una viaggiatrice che riesce a rapire la tua attenzione semplicemente raccontando il proprio viaggio.
    Lo fa con un’ironia talmente elegante da importi, d’ora in avanti, di non poter fare a meno di leggere il seguito del suo diario di viaggio.

  2. Questi resoconti sono bellissimi! Sembra di essere con te in viaggio per le strade di Praga! Tutto affascinante, belle le foto, complimenti 🙂 E mi hai fatto morire nella prima parte nel sex museum ahah Un saluto!!! 🙂

    • Ciao Andrea grazie per essere passato da queste parti… mi fa piacere averti fatto sorridere, sai com’è quando si scoprono cosine così divertenti è un dovere condividerle… non sai quante altre foto avrei voluto mettere di quel museo. Mi son dovuta limitare sia per problemi logistici, sia per un inopportuno senso di decenza ahahah 😉

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