Praga day-by-day – Il cielo stellato sopra di me (Day 1)

La domanda alla quale non risponderò mai è: viaggio da sola per scrivere i diari di viaggio o scrivo i diari di viaggio per viaggiare da sola? Fatto sta che, anche quest’anno, mi trovo a tu per tu col mio alter ego, quella parte di me che ancora mi sopporta e con cui adoro passare piacevoli momenti e programmare le mie vacanze. E poi l’anno scorso a Siviglia, io e Brabs ci siamo trovate così bene insieme che  mi ha pregato in turco di portarla con me. E io l’ho accontentata. D’altronde spazio in valigia ce n’era visto che quest’anno non ho subito il terrorismo ryanairiano del mezzo etto in eccesso pagato a peso d’oro. Eh sì, perché la compagnia aerea con cui ho il più sofferto rapporto conflittuale non fa la tratta Cagliari-Praga, per cui ho prenotato il volo con la Smart Wings, compagnia ceca che, in estate, vola ogni giovedì e domenica per la capitale boema. Il costo del volo non è paragonabile a quello della compagnia irlandese, ma ho la comodità del charter diretto e posso finalmente imbarcare la valigia. Inoltre udite udite vengono servite delle bibite ed un panino senza costi aggiuntivi, cosa che non vedevo dai lontani anni 80. Non come quei taccagni di Meridiana o Alitalia che ti rifilano un misero bicchiere d’acqua, o quei venali di Ryanair che ti farebbero pagare anche l’aria che respiri a bordo.
“Mi scusi, quanto costa un supplemento d’aria ridotto per il bambino?”

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Passo le due ore in aereo leggendo le guide su Praga che ho diligentemente acquistato. Diciamo che quest’anno ho studiato, mi sono preparata, ma è anche la destinazione a richiederlo. Oltre ad aver “scoperto” Kafka e ripassato Kundera, ad aver fatto due ricerchine su alcuni degli episodi storici più importanti che hanno coinvolto la Repubblica Ceca, ad aver salvato le mappe di google della città sul tablet, mi sono comprata anche una bella guida del National Geographics e Cartoville del Touring Club italiano. Inoltre proprio il giorno prima della partenza, per una incredibile coincidenza, ho conosciuto un “collega” blogger che si occupa di una rivista online interamente dedicata a Praga-Italia. Vi consiglio di leggerla se vi capita di passare in questa città. Si chiama italiapragaoneway.it e contiene molte notizie interessanti sullo stile di vita e le abitudini dei cechi, dritte per non farsi fregare, curiosità, consigli su cibo, locali ed eventi. Insomma… mi son letta anche quello.
Ci sono diverse cose molto interessanti e curiose in questa città. Ve le rivelerò di volta in volta se avrete la pazienza di seguire questo mio viaggio day-by-day.
Comunque, atterrata a Praga, ho un’idea precisa degli itinerari che seguirò questi giorni, dei locali dove mangerò, dove berrò ed ascolterò musica, dei monumenti e delle zone che vedrò. Certo il programma è soggetto a variazioni, mentre scrivo ne ho già pensata una, ma in linea di massima ho le idee abbastanza chiare. Nella guida leggo anche le informazioni sullo spostamento dall’aeroporto. Alla faccia degli 80 euro di taxi o con autista. Me ne fotto dell’aitante omuncolo con il cartello “Brabs” all’arrivo. Mi bastano 32 corone, e cioè poco più di un euro, per farmi portare dal bus 119 alla metro e da lì al centro della città. L’unico ostacolo che incontro è il mio inglese arrugginito che mi fa sentire una minchiona al Transport Information Point. Per comprare un banale  biglietto del tram non solo ho fatto inceppare la fila, ma ho anche indispettito il venditore, un signore sulla sessantina col naso rosso e la pelle lattea che mi ha odiato.
“Where are you going?”, mi dice.
“Dejvickà credo, ah no, I believe, sorry… Cazzo, come si pronuncia sta roba?”, dico mangiandomi le parole.
“Where must you go?”, mi fa spazientito.
“In Prague”, rispondo.
“Prag?”, mi dice guardandomi come se fossi una povera idiota. “It’s obvious, we are not in London… So, choose a ticket, for me is the same, 30 minutes, 90, 1 hour…”
In poche parole rinuncia ad aiutarmi dopo aver capito che ha a che fare con una imbranata che non sa neanche pronunciare correttamente Prague. “Ma dove vuoi andare?”, sembra dirmi. Io mi faccio paonazza, ci rimango male, ma è colpa mia. Urge un corso avanzato di inglese, non ho scampo. Indico a gesti il biglietto da 90 minuti e 32 corone. Mi sento una neanderthal ma vado avanti e salgo sul pulman, prendo la metro e azzecco la fermata più vicina all’hotel.
“Hai visto vecchio babbione che anche senza un inglese perfetto me la son cavata?  Pensa se fosse successo a te, all’aeroporto di Elmas, se magari il bigliettaio ti avesse saputo parlare solo in italiano e sardo. Cosa avresti fatto eh!? Cosa te ne saresti fatto del tuo inglese perfetto? Dove lo avresti messo?”
Al ritorno glielo dico, devo solo imparare la traduzione di google translator a memoria…

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Salgo le scale della metropolitana della fermata Muzeum in pieno centro e mi trovo davanti l’imponente statua di San Venceslao. Sì, sono nel posto giusto, in piazza Venceslao, la piazza dove si tennero le manifestazioni contro il nazismo nel 1938, o quelle contro i carri armati russi nel 1968.  Il luogo che vide Jan Palach darsi fuoco nel 1969 per protesta contro la repressione della (brevissima) Primavera di Praga, la stessa piazza che nel 1989 ospitò le manifestazioni della Rivoluzione di Velluto e dove (quindi) cadde il comunismo. Questo suolo dove io adesso cammino è un simbolo delle lotte di indipendenza del popolo ceco, della libertà duramente conquistata. Alla fine della piazza si erge solenne il museo Nàrodnì, una costruzione imponente posta al centro della piazza, come a sorreggerla. Sento delle ragazze parlare in italiano, chiedo timidamente conferma di dove mi trovo.
“Scusate, questa è piazza Venceslao?”
Mi guardano un po’ stizzite, come se le avessi disturbate.
“Sì”, risponde una. Poi si girano, ignorandomi del tutto.
Poco importa se ho una cartina in mano e l’aria disperata di una che non ha la minima idea di dove andare. Ho in mano sia il tablet (senza connessione), sia la mappa cartacea che giro e rigiro per farla combaciare con le mappe mentali che mi son fatta in aereo e sul tram.
Poi mi si avvicina una ragazza:
“Do you need help? Where are you going?”
Io faccio per non crederci. Ma come? Una mia connazionale a cui ho chiesto espressamente delle informazioni mi tratta come un vecchio ed unto strofinaccio mentre una ragazza dalla nazionalità sconosciuta, probabilmente ceca, mi chiede se ho bisogno d’aiuto? Le dico il nome della via e scopro orgogliosamente di essere nella giusta direzione e soprattutto che mi dividono ormai pochi minuti di strada dalla pensione. Ringrazio umilmente la ragazza e mi avvio nella direzione indicatami. Mi ci vogliono cinque minuti dalla piazza Venceslao, posso spostarmi a piedi, la cosa mi tranquillizza, avevo paura che fosse fuori mano, nonostante le recensioni su tripadvisor lo dicessero chiaramente. Ma sai com’è. Finché non vedi…

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Alla reception trovo un simpatico signore. Legge il mio passaporto e, scoprendo che vengo dalla Sardegna, mi dice di essere stato a Cagliari, al golf club di Is Molas. Io sgrano gli occhi.
“Ma dai”, gli dico in un inglese che sembra più fluente, “io sono proprio di Pula, il paesino dove si trova Is Molas!”.
Che coincidenza, penso. In tutta Praga dovevo capitare nella pensione di uno che è passato per il mio paese. Mi fa solo un appunto: la multa che gli fecero davanti all’aeroporto di Cagliari e una in quello di Alghero.
“Beh questo perché non hai comprato come me la guida del National Geographic sulla Sardegna. Se lo avessi fatto, sapresti che nel periodo estivo l’esemplare della razza animale denominata vigile urbano, che d’inverno va in letargo, in estate può finalmente sfogare le frustrazioni accumulate nel lungo sonno colorando l’esistenza delle sue vittime di divertentissimi verbaletti verdi per qualsiasi infrazione, anche quelle solo pensate!”
Ride e mi accompagna alla stanza. Mi spiega come funziona la pensione, gli orari, le chiavi. Mi mostra la cartina della città e si meraviglia che sia arrivata senza un taxi. Sì, per farmi impollare dai tassisti, come ho avuto modo di leggere un po’ dappertutto. Mi dice che la città da qui si percorre senza problemi a piedi. Il centro storico, mi spiega, è dispiegato interamente in 3 km, quindi non c’è bisogno di prendere i mezzi. Ad ogni modo ho la metro a due passi, non mi preoccupo. Dice che è in arrivo un temporale e domani pioverà. Questo invece mi preoccupa, visto che non mi sono portata nulla per un’occorrenza del genere. Si offre di prestarmi un ombrello. Che gentile, accetto immediatamente.
Mi cambio ed esco a mangiare qualcosa. Mentre cammino per la città sento una brezza leggera che mi sfiora i capelli sciolti sulle spalle. Non sento e non vedo nulla, ho il sorriso sulle labbra e mi sento libera.
Mangio qualcosa e torno alla pensione, la stanza è all’ultimo piano e dà sul tetto dell’edificio. Una grande finestra sul mio letto si affaccia sul cielo. La mia prima notte sotto le stelle di Praga.
“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me”…

Stay Pragued!

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L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito?
Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla.

Milan Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere

6 commenti

  1. Praga e’ veramente bella! mi ricordo anche di aver mangiato bene 8anche se un po’ pesante)…e per un italiano che va’ all’estero e dire che si mangia bene ce ne vuole!!!:)

  2. Non sono mai stata a Praga, ma quest’anno sono andata a Siviglia. In questo tuo post ho riscontrato due cose comuni a tutti i viaggi. La prima è il problema con l’inglese che può essere sia da parte nostra che da parte dell’interlocutore, ma lì ho imparato ad esprimermi a gesti ormai che sembrano essere più chiari! Prendo la cartina e indico il punto in cui voglio andare e bon. L’altro sono i nostri connazionali… sempre così stranamente indispettiti dalla presenza di altri italiani, tanto che ho preferito sfoggiare il mio spagnolo finché ho potuto per non farmi riconoscere (da loro).

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