FotoStorie [shot 3] – In Voluptas Mors

In Voluptas Mors - Salvador Dalí & Philippe Halsman
In Voluptas Mors – Salvador Dalí & Philippe Halsman (New York City, 1951)

Stavolta cambiamo le regole. Lo scatto è noto e pure il soggetto ritratto. Questo terzo shot di FotoStorie sarà dedicato all’analisi dell’opera e alla fotostoria della sua realizzazione. Oltre alla foto finale, è presente infatti in galleria il backstage, la preparazione della scultura umana che rappresenta, insieme all’artista in primo piano, l’elemento chiave dell’opera.
Più che una fotografia, il risultato è la somma di diverse arti: il teatro, sia dal punto di vista scenografico sia dell’interpretazione vera e propria, la scultura, l’installazione, la pittura vivente (live painting) e infine la fotografia.

Ma veniamo all’opera. Prima di tutto il titolo, “In Voluptas Mors” (in inglese “Voluptuous Death“), che anche un profano della lingua latina capirebbe che non si tratta di niente di allegro. Sono parole forti, altere, importanti, si intuisce da come suonano e dalle spigolosità delle lettere. Esse rappresentano, per musicalità e aspetto, esattamente ciò che significano: la voluttà e la morte.
Che si parlasse di tenebre era palese visti i toni cupi e l’espressione dell’artista baffuto. Se osservate bene, le sei modelle che compongono la scultura umana formano un teschio. Il contrasto, o il piacere, è dato dalla sensualità dei corpi avviluppati nella dolce stretta della morte.
In realtà la questione è un pelino più articolata. Vi è sì questa connessione fra il sesso e la morte, ma è mediata dal concetto di “vanitas” (in latino significa vuoto, vano) che viene espresso simbolicamente nel teschio umano. In questo contesto la vanitas si riferisce alla caducità della vita, alla sua finitezza e all’inevitabile epilogo nella morte. Allo stesso tempo però c’è “Voluptas“, personaggio della mitologia greca, figlia del dio dell’amore Eros e della bellissima fanciulla di nome Psiche, di cui questi si innamorò follemente. Dall’amore forte e travagliato fra i due non poteva che nascere il simbolo della passione: Voluptas è infatti la dea del piacere erotico. I corpi delle donne completamente nudi e “voluttuosi” si avvinghiano a formare il tetro teschio simbolo della morte, che rendono più dolce.

Nel frattempo, però, c’è una storia che vi voglio raccontare e parla di due artisti. Uno è, per chi non lo avesse ancora riconosciuto dalla foto (anche se lo ritengo quasi impossibile), uno degli animi più vivaci del secolo scorso: Salvador Dalí. L’altro è chi ha scattato la foto, il celebre fotografo Philippe Halsman. Lo scatto è datato 1951, cioè esattamente dieci anni dopo il propizio incontro fra i due. Successe nel 1941: Philippe era piuttosto incuriosito dal surrealismo e finì per incontrare Salvador, che veniva considerato uno dei maggiori esponenti di questa corrente (anche se venne sempre osteggiato dagli altri surrealisti, soprattutto per ragioni politiche che non sto qui a raccontarvi).
Immagino la scena: seduti in un caffè i due fumano e parlano, anzi è Salvador a farlo per la maggior parte del tempo. Gli sta dicendo, con estrema veemenza, tutte le idee che gli sono passate per la testa pensando alla possibilità di applicare il surrealismo alla fotografia. Non più solo pittura, ma qualcosa di riproducibile nella realtà, e fotografabile. A Philippe brillano gli occhi, gli si è accesa la classica lampadina. Lo sta ad ascoltare col cuore al galoppo per l’immensa mole di suggestioni, varianti e idee che lo stano investendo. Lo lascia finire e dice solo:
“Ne riparliamo domani mattina nel mio studio!”
Sì, sono sicura che è andata proprio così. E dal giorno dopo, per più di trent’anni, è partita la valanga di creatività che li ha visti firmare grandi opere, come la loro più celebre “Dalí Atomicus” (1948), che è uno scatto che ha segnato la storia della fotografia, e l’uscita del libro “Dali’s Mustache con trentasei ritratti dell’eccentrico Salvador. L’impronta è del tutto surreale, come lo sono i baffetti ribelli del celebre artista, ispirati a quelli del grande pittore spagnolo del Seicento Diego Velázquez, che sono rimasti il segno caratteristico di Dalì.

Ora che abbiamo fatto i conti con la storia e abbiamo tratteggiato il background storico e culturale di questo scatto, possiamo tornare al set di “In Voluptas Mors“. Salvador ha le idee chiare e ha portato uno schizzo del progetto. In realtà lui e Philippe ne hanno già parlato e hanno discusso ogni particolare. Lo schizzo di Salvador è il risultato di questa consultazione scandita da numerosi bicchieri di vino in un locale fumoso nei bassifondi della città.
Il teschio umano in fondo a destra e Salvador in primo piano a sinistra. Ciò che nello schizzo non c’era ma che Philippe poteva comunque immaginare, era l’espressione di Dalì, la sua consueta e bizzarra presenza scenica. Egli è seduto e fissa un punto oltre il campo visivo, il suo sguardo è angosciato, quasi spaventato, però conserva una certa fermezza, come se mantenesse il controllo dell’emozione di paura (della morte e della propria finitudine), come se la rispettasse.
Per sistemare la scena ci vollero tre ore. Osservate Salvador nelle foto di backstage: egli mantiene sempre, anche mentre dà indicazioni alle donne nude che andranno a comporre il grande teschio umano, il suo portamento surreale e enigmatico. Egli dipinge se stesso in ogni momento, egli è il surrealismo. Non lo dico io, lo dice lui stesso quando viene espulso dal gruppo di surrealisti francesi (1934):
Io sono il surrealismo“.
Non aveva poi tutti i torti…

N.B. una curiosità che a me annoia, ma che potrebbe interessare voi, è l’uso di questa foto, precisamente del teschio umano, nella locandina del film “Il silenzio degli innocenti“. Osservate bene il dorso della farfalla, vedete il teschio?

ENGLISH

Link Utili:
Salvador Dalí e Philippe Halsman – La fotografia surreale
I salti di Philippe Halsman

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