Praga day-by-day – Kafka Day: Cerny, marionette, Kafka museum, Reduta, Minzega e GoodBye (Day 7)

Ogni azione ha la sua reazione uguale e contraria giusto? Dev’essere per questo che ieri, cosa che ho taciuto per il forte risentimento, il mio tablet non si è sincronizzato con lo smartphone dopo la lunga scrittura alla kavárna Lucerna. Ciò ha provocato la perdita di tutto quello che avevo scritto fra un rischio incendio e un allontanamento di soggetto inopportuno. Probabilmente quel soggetto mi ha talmente odiata che, una volta a casa, ha preso il primo foglio di carta che ha trovato e l’ha accoltellato esprimendo le formule magiche del caso: “Ognuno si diverte a modo suo! Ognuno si diverte a modo suo! Ognuno si diverte a modo su… “. Insomma ha lanciato la cosiddetta lacrima sul mio lavoro e, purtroppo per me, le sue preghiere si sono avverate. Sia questa la ragione o sia il caso di defenestrare davvero i miei dispositivi android, mi sono ritrovata in albergo e ho versato una lacrima per ogni parola persa. E vi assicuro che erano tante. Poi mi è apparso Kafka e mi ha detto: “Volevi la bicicletta?”…

Day 7 - Last Day
Day 7 – Last Day

Non scriverò del mio cupo risentimento verso quell’uomo, soprattutto dopo aver scoperto le sue origini voodoo. Dico solo che ho finito di scrivere alle 4. Però sono contenta di una cosa: nella prima stesura non avevo citato il rozzo signore dal naso enorme ed il suo triste tentativo di abbordaggio. Poi il rancore strabordante ha vinto la mia timida voglia di lasciar perdere e sono stata costretta ad assecondarlo. Non è consigliabile indispettire chi ha la penna dalla parte del manico, così ho letto da qualche parte. Comunque lo spirito guida di Franz mi ha fatto compagnia mentre scrivevo, ha corretto qualche frase, mi ha spronato ad essere più chiara e semplice e ad assecondare senza paura il flusso delle parole quando questo sgorga fluente.

Franz Kafka in una vecchia foto
Franz Kafka in una vecchia foto

Questo succedeva ieri notte. Il risveglio di oggi, per forza di cose, è da paragonarsi a quello di una sbronza. Sono esausta, non dormo come si deve da una settimana. Inizio a sentire pesantemente la stanchezza. Sto quasi per rinunciare all’ultima giornata di diario, quando sento ancora la sua voce:
“Non pensarci nemmeno. Adesso ti fai una doccia e ti riattivi. Non vorrai mollare proprio ora? E poi ho letto cosa hai scritto. Hai detto ai tuoi lettori che c’è qualcosa a cui tieni che ancora vorresti fare qui a Praga. Si può sapere di cosa si tratta?”
“Beh… un po’ mi vergogno ora che ti conosco. Vabbè lo dico, volevo andare sulla riva della Moldava a vedere il museo a te dedicato…”
“Perché ti vergogni? Ah capisco, pensi che mi possa risentire perché andrai ad impicciarti degli affari miei, a scavare nella mia infanzia, nei miei amori e via dicendo? In vita in effetti non lo avrei tollerato, ma ormai sono morto, non m’importa più nulla. Sinceramente non ti invidio là nel regno dei vivi, con quel corpo terreno, fatto di carne. Io ormai non devo più fare i conti né con la mia corporeità, né col mio stato sociale. Non mi devo più adeguare, non devo più lottare con la condizione terrena, finita e volubile dell’esistenza. Ora sono libero. Comunque se vuoi ti accompagno, sono curioso anch’io. Voglio capire cosa si sono inventati sul mio conto.”
“Mmmm te lo anticipo visto che so come la pensi. Ci sarà uno shop e comunque non sarà tutto veritiero, soprattutto dal tuo punto di vista. Peggio per te che sei stato così ermetico. Avranno reinterpretato. Lo devi mettere in conto. Te lo dico per metterti in guardia, non è che ti porto con me e mi fai fare figuracce dando di matto. Devi essere consapevole che potrebbe succedere. Te la senti?”
“Sì, vengo… dimentichi che sono un professionista nell’esplorazione dell’animo umano, ma soprattutto delle sfumature meno piacevoli. Tranqua, non ti farò fare brutta figura…”
“Ok”, gli rispondo felice “devo solo passare a vedere un’ultima cosa che sto cercando da giorni qui a Praga: la statua di Freud di David Cerny…”

Statua di Freud appeso - by David Cerny
Statua di Freud appeso – by David Cerny

“Ah sì, ho sentito parlare di questo Cerny, un bel tipino. L’avrei voluto ai miei tempi, è uno con le palle, sarebbe stato di certo con noi in kavárna. Va bene, passiamo a vedere Freud hai detto? Come mai sospeso? Cosa significa?”
“Guarda Cerny è tutto da interpretare, nel senso che lui non è mai troppo chiaro sul significato delle sue opere. Io penso che si comporti così perché si aspetta che le persone siano capaci di interpretarle e/o per lasciare che prendano il senso di chi le osserva. Questa di Freud ha diverse interpretazioni possibili secondo i critici: una è quella della vita nel periodo del regime del comunismo, un’altra vede l’uomo nell’eterna dicotomia fra il resistere o lasciarsi andare, un’altra ancora dice che Cerny vorrebbe rappresentare il ruolo dell’intellettuale nel nuovo millennio. Io credo che lui voglia rappresentare tutte queste situazioni. La scelta del soggetto non può essere un caso, non se questo è Freud. Poi c’è un fatto. Freud, nonostante sia appeso, tiene la mano in tasca con nonchalance, come se non si curasse di questa sua condizione, come se ci stesse bene.”
“Accidenti, sto Cerny… perché non è vissuto ai miei tempi? Io lo dicevo sempre a Max Brod. Avevamo bisogno di uno così, uno come noi, che non si facesse soggiogare…”
Storco il naso.
“Andiamo Franz, si è fatto tardi, finisce che non riusciamo a fare tutto.”
“Non mi prendi sul serio, lo so cosa stai pensando…” mi dice “pensi alle mie origini borghesi. Ho vissuto tutta la vita con questa frattura interiore, non ti ci mettere anche tu, dai… Io direi di andare, meglio non affrontare certi argomenti. Mi vuoi fare rivoltare nella tomba?”

La statua di Freud appeso - by David Cerny
La statua di Freud appeso – by David Cerny

È così che io e l’aleatorio Franz ci dirigiamo verso il centro. Praga mi piace, mi ci sono abituata, non sono più timida mentre calpesto le sue strade fatte di piccole mattonelle. Ormai mi oriento.
Proprio ora che stai andando via? Mi dice una vocina. Forse ci sarei dovuta stare di più in Boemia. Franz mi fa un cenno come se approvasse questa eventualità.
“La Boemia mi piace, e pure molto. Ma d’inverno potrei dire lo stesso? Io odio il freddo. Se non fosse per questo, potrebbe essere una possibile meta nel caso decidessi di espatriare. La trovo ricca di suggestioni, capace di trasmettermi idee e ispirazione. Beh in questi giorni l’ha risvegliata. Senti dai andiamo a far colazione al Café Louvre. Pago io.”
Percorro a piedi piazza Venceslao nella direzione del Café. Oggi c’è una manifestazione nella parte adibita a questi eventi, la parte bassa. Hanno montato un mini campo da basket e probabilmente fanno un torneo o qualcosa del genere. Le casse pompano a tutto volume musica sovrastata solo dalla voce dello speaker che commenta la partita. Il campo è esattamente la metà di quello normale e le squadre sono formate solo da tre giocatori. Basket a 3? Non ne conoscevo l’esistenza.
“Non dirlo a me!”, mi dice Franz.

Torneo di basket a 3 in piazza Venceslao
Torneo di basket a 3 in piazza Venceslao

Arriviamo al Café Louvre. Ordino il solito cappuccino maxi a fianco al solito vecchietto che legge il giornale messo a disposizione dal locale. Giuro, lo stesso vecchietto di ieri, nello stesso tavolo, ma con giornale (spero) diverso.
“Vedi quell’uomo?” mi dice Franz. “E’ solo, la moglie è morta qualche anno fa e lui si sente finalmente libero di coltivare i suoi vizi in un mondo senza orari, senza regole. Per la prima volta dopo una vita di tempo può concentrarsi nella propria intimità, senza filtri. Io una scelta di questo tipo l’ho sempre fatta in modo consapevole. Il mio rapporto catastrofico con le donne ne è la testimonianza. Il fatto è che l’amore mi affascina ma non abbastanza da farmi distogliere attenzione dalla passione della mia vita: la scrittura. L’amore porta tormento, conflitto e mi toglie concentrazione, mi leva l’ispirazione. Non so spiegartelo…”
“Ti capisco perfettamente.”, rispondo.

Cappuccino al Café Louvre
Cappuccino al Café Louvre

Chiedo il conto al solito cameriere ed usciamo alla volta della famosa statua. Ma come? Io qui ci sono già passata, siamo nelle strade attorno alla Cappella di Betlemme. Ci credo che non l’ho vista… E’ cosi in alto che, se non sai che esiste, difficilmente la vedresti, a meno che un piccione non abbia un attacco di diarrea proprio mentre stai passando. Tutto può succedere.
Purtroppo la distanza non mi consente di vederne i dettagli, né di fare una foto decente, vi dico solo che dà una bella sensazione, se non altro testimonia l’estro creativo irriverente di David Cerny.

La statua di Freud appeso - by David Cerny
La statua di Freud appeso – by David Cerny

Riprendo il cammino verso il ponte Carlo, sotto le cui sponde si trova il museo di Kafka. E dire che sono stata tante volte anche lì e se ne vede la grande insegna affacciandosi sul ponte. Salgo sul ponte cercando nuovi (o vecchi) artisti. C’è la Bridge Band oggi, li avevo già visti qualche giorno fa. Forse si alternano mattina e sera coi Jazz no problem. Faccio un video che trovate a fine articolo.

Ponte Carlo - Bridge Band
Ponte Carlo – Bridge Band

Più avanti un uomo con una marionetta che balla e suona la chitarra perfettamente a ritmo con la musica diffusa da una radio (vd. video a fine articolo).
Dovete sapere che uno degli altri simboli di Praga, o comunque della Boemia, è la marionetta, il teatro dei burattini. Ai Boemi è riconosciuta una certa bravura sia nella loro costruzione, sia nell’arte sopraffina di saperli animare.

Porta di ingresso al Ponte Carlo
Porta di ingresso al Ponte Carlo

Franz mi guarda con aria divertita:
“Guarda che ho visto quell’orrida befana che hai comprato. Quella che fa la risata beffarda se le dai un colpo. Mi spieghi cosa devi fartene? Ti manca la legna per il caminetto? Non potevi comprare una classica marionetta per i tuoi nipoti? Sarebbe stata più educativa non credi?”
“Me l’ha chiesta espressamente una zia, che vuoi che ti dica? Ho anche pensato di prendere le marionette per i nipoti, ma quelli vivono di Uomo Ragno e Ben ten. Me le lancerebbero in testa. A me personalmente non hanno mai fatto impazzire. Non ci posso far nulla, non mi entusiasmano. Però questo artista è davvero bravo, bisogna riconoscerlo.”

Vecchio negozio di marionette
Vecchio negozio di marionette

Superato il ponte, scendo a destra nella graziosa stradina piena di lucchetti colorati. Sono disseminati tutt’intorno per diverse vie, chissà quanti desideri e quante promesse d’amore conservano. Mi faccio una foto dal titolo “Bye bye Prague”, la mia ultima foto qui.

Bye Bye Prague
Bye Bye Prague

Dopo un centinaio di metri vedo l’ingresso al Kafka museum. La prima cosa che scorgo all’interno del suo cortile é un’altra opera di Cerny. Essa rappresenta due uomini uno di fronte all’altro che urinano in una pozza d’acqua a forma di Repubblica Ceca. I bacini dei due uomini si muovono scrivendo virtualmente delle frasi. Ho letto che si può mandare un sms con una frase che si vuole e i due uomini la pisceranno per voi sulla Repubblica Ceca.

"Pissing Man" by David Cerny al Kafka Museum
“Pissing Man” by David Cerny al Kafka Museum

Entro nel museo. Ad accogliermi una curiosa signora occhialuta di una quarantina d’anni circa. Non è proprio quella che si dice una simpaticona, si abbina all’atmosfera cupa del museo e di Kafka in generale. Mi indica l’ingresso al primo piano.

Ingresso del Kafka museum
Ingresso del Kafka museum

Salgo le scale e mi ritrovo nella prima parte del percorso che mi accompagnerà per tutta la vita di Kafka, a partire dall’infanzia, la casa dove viveva nel quartiere Josefov, le foto dei genitori e delle sorelle, i gruppi di intellettuali che frequentava, le donne con cui ha avuto delle relazioni.

Kafka da bambino
Kafka da bambino

Franz non parla e io rispetto il suo silenzio. Poi ad un certo punto gli sento dire:
“Ah ecco Jizchak!”
“Jizchak chi?”
“Jizchak Löwy…”, mi risponde. “Lui era un mio grande amico. Grazie a lui ho preso coscienza della lontananza dal mio stato borghese e dalle tradizioni ebraiche che mio padre ha sempre cercato di inculcarmi. Quella lettera che hai visto prima nella teca all’ingresso è proprio quella che gli scrissi per esplicargli le mie reticenze verso una cultura che non mi apparteneva. Jizchak era un attore di teatro anche lui ebreo e apparteneva ad un circolo di attori e musicisti che mi ha attratto dal primo momento. Essi univano alla grande creatività una dote che io apprezzo particolarmente. Diciamo pure che la considero la dote più importante in un essere umano. Si tratta dell’umiltà.”

I componenti del gruppo di intellettuali chiamati Arconauti, a cui Kafka apparteneva. Fra gli altri anche Max Brod.
I componenti del gruppo di intellettuali chiamati Arconauti, a cui Kafka apparteneva. Fra gli altri anche Max Brod.

“Io e te la pensiamo allo stesso modo su molte cose Franz. E invece Max? Eccolo qui il tuo amico scrittore Max Brod… L’hai perdonato per non aver bruciato i tuoi scritti dopo la tua morte? E poi perché mai volevi che fosse commessa un’atrocità simile?”
“Tocchi un tasto dolente. All’inizio non l’ho presa benissimo, me lo aveva promesso. E poi ha anche fatto delle modifiche rispetto alla mia versione originale, ha rimesso insieme i vari capitoli di molti miei romanzi facendo un po’ di confusione in alcuni punti. Anche se tutto sommato è stato bravo. Il motivo per cui non volevo fossero pubblicati è che erano incompiuti, ero giunto a dei punti morti, delle strade senza uscita. I miei scritti riflettevano esattamente il mio conflitto interiore, quello che opponeva la mia vocazione verso la scrittura ad una professione, quella dell’avvocato, che non mi piaceva più.

Kafka Museum
Kafka Museum

A posteriori ti dico, son contento che Max li abbia pubblicati. Essi testimoniano della società del mio periodo, del ruolo asfissiante della burocrazia, del controllo sui cittadini da parte dello stato, dei controsensi presenti nell’esistenza dell’individuo che, lungi dall’essere risolti, si manifestano in tutta la loro pericolosità rendendolo incapace di reagire. Si trova schiacciato. Non è semplice da spiegare…”

Lettera al padre di Kafka
Lettera al padre di Kafka

“Capisco cosa intendi Franz, nei tuoi scritti si intuisce fortemente. Riguardo l’incompiutezza qui leggo che per “Il Castello” avevi un’idea per il finale: far morire ormai esausto il povero K. che per anni aveva cercato invano di raggiungere il castello. Solo allora sarebbe arrivata l’autorizzazione perché potesse entrarci. Mi piace, avrebbe avuto senso. Perché non l’hai finito?”

La casa dove nacque Kafka
La casa dove nacque Kafka

Guarda cosa c’è scritto qui, lo vedi? Queste sono le pagine del diario e riportano i miei pensieri nell’ultimo periodo della mia vita. L’esito dei miei conflitti mai risolti non poteva che manifestarsi anche sul mio corpo, quell’estensione miserabile di me che ho dovuto sopportare tutta la vita. Mi ammalai di tubercolosi e morii nel dolore. Preferisco non ricordare quel periodo. Beh che facciamo? Andiamo via? Dove mi porti stasera?”, mi chiede cambiando improvvisamente argomento ed espressione.

Kafka Museum
Kafka Museum

“Stasera ce ne andiamo in uno dei più vecchi e conosciuti locali jazz della città. Si trova proprio sotto il Café Louvre. Si chiama Jazz Club Reduta.”
“Non lo conosco ma ci vengo volentieri.”
Esco dal museo e percorro a ritroso il Ponte Carlo. Mi fermo a sentire un artista che suona il violino. È il suono adatto per salutare la Moldava, possiede la melanconia giusta. Lo filmo per farvelo sentire (vd. in basso).
Verso le 20:30 esco dalla pensione. Vorrei mangiare qualcosa prima di andare al concerto di stasera che inizierà alle 21:30. Passo a salutare Antonio nella solita postazione di lavoro, poi proseguo verso il Reduta.

Reduta Jazz Club
Reduta Jazz Club

Faccio il biglietto di 300 corone (circa 12 euro). Si esibirà Eva Emingerovà, cantante a quanto pare molto brava. Genere: jazz classico, il mio preferito. Faccio orario al Rock Cafè che sta a fianco al Reduta in compagnia di un bel boccale di piva (birra) e Franz naturalmente. Non faccio in tempo a mangiare, lo spettacolo inizia fra mezzora. Aggiorno il diario.
Dieci minuti prima dell’inizio del concerto entro al Reduta. Che figata, scusate l’espressione, mi è scappata ma lo dovevo dire. Mi fa da cicerone un cortese ragazzo che mi mostra la sala dove si esibiranno i musicisti. Mi dice che posso accomodarmi dove preferisco. Poi mi indica il bar, in una sala separata. Prendo un bicchiere di vino rosso al costo di 60 corone (2 euro e qualcosa). Certo che non è come quelli che servono da noi sia per gradazione, sia per la quantità che ti versano nel bicchiere. Dico solo che è tanto pieno che devo stare attenta che non mi caschi nella strada per arrivare al posto che ho scelto.
Mentre faccio la fila al bar, dietro di me sento una voce femminile dire:
“Minzega!”
Mi giro di scatto allarmata. Solo un sardo può usare questa esclamazione, e non un sardo qualunque, ma un cagliaritano o giù di lì.
A parlare sono due ragazze. Sorrido con sguardo complice:
“Minzega? Siete sarde?”
Una di loro, con sguardo di sufficienza, mi risponde:
“Si, tu di dove?”
Io continuo a sorridere:
“Di Cagliari, e voi?”
“Di Cagliari anche noi”, mi dice. Poi si gira dall’altre parte ignorandomi.
“Ma che problemi ha questa?”, dico rivolgendomi a Franz. “Proprio la classica snobbettina cagliaritana ci dovevo beccare al Reduta? Ma quando distribuivano l’umiltà questa dov’era? Era andata a farsi fare l’inutile dieta che un nutrizionista ubriaco le ha di certo prescritto?”
“Capisci cosa intendevo prima?”, mi risponde.
Intanto raggiungo la sala del concerto. Essa conserva un fascino antico. Il locale esiste dal 1958, si inspira storia del jazz. Alle pareti le foto di grandi jazzisti che ci sono passati. Scelgo un posto rialzato e faccio un video della bravissima Eva Emingerovà e dei musicisti che la accompagnano. Lo trovate in basso, ascoltatelo dal 25′, prima l’audio non si sente bene. Chiacchiero un po’ con un ragazzo svedese che mi siede a fianco. Il mio inglese è fluente oggi. Che sia il vino?

Jazz Club Reduta - Eva Emingerova
Jazz Club Reduta – Eva Emingerovà

“Franz è proprio bello qui vero? Hai visto in che posto ti ho portato? E che musica… Vorrei stare sempre qui, in questo momento. Vorrei fermare questo istante e vivere così, con te accanto, con la musica, con questa sensazione di libertà.”
“Lo so. Chi non desidererebbe stare sempre bene, lontano dalle responsabilità, dal lavoro? Ma prima o poi bisogna fare i conti con la propria vita, con il proprio ruolo, la propria professione. A dispetto della vocazione.”
“Sì Franz, devo tornare a casa. C’è una cosa però che devo chiederti prima di andare via. Prima di venire a Praga ho letto i tuoi libri e mi son rimasti talmente incollati addosso che non faccio altro che avere visioni di scarafaggi giganti sui muri di casa, sognare situazioni simili a quelle da te descritte, atmosfere surreali, angoscianti. Mi sei entrato dentro caro Franz e sono venuta a conoscerti personalmente. Però promettimi che dopo questo viaggio queste visioni mi abbandoneranno. Fammi andar via ma lasciami questo flusso.”

Bye Bye Prague!

I video di oggi:

Ponte Carlo – Bridge Band

Ponte Carlo – Artista di strada – Marionette

Ponte Carlo – Artista di strada – Bye Bye Prague

Jazz Club Reduta – Eva Emingerovà

7 commenti

  1. Fino ad adesso non c’era un giorno del tuo racconto che preferivo all’altro, ma quest’ultima giornata con questo dialogo esclusivo con Franz è stato forse il migliore! 🙂 A dir poco magnifico! Così come Praga, eh sì, è proprio un luogo tremendamente magico 🙂

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