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TREDICESIMO CAPITOLO – Miti e leggende: Maria Barranca
Miti e leggende erano ancora parte integrante delle menti germinali di quei piccoli selvaggi che, anzi, si battevano per affermarne l’esistenza. Un esempio calzante è l’uccellino che, ogni giorno, volava a lavoro da mia madre per riferirle tutte le malefatte che combinavo. Soprattutto le aveva rivelato che, non appena vedevo dalla finestra la sua macchina allontanarsi, saltavo su dal letto, dove avrei dovuto dormire qualche ora, per terrorizzare mia sorella e la baby sitter. Odiavo quell’uccellino ficcanaso, come si permetteva di violare la mia privacy? Cercavo di individuarlo per dirgliene quattro ma ce n’erano troppi e sembrava non parlassero. Poi, quando ormai ero arrivata a odiare i pennuti con tutta me stessa, scoprii che a spifferare tutto era stata quella stronza della baby sitter spiona. Ma ciò successe troppo tardi, dopo aver già constatato che, anche sotto minaccia di morte, i poveri uccellini non proferivano parola.
I miti erano tanti. Non si poteva parlar male di Babbo Natale, ad esempio, tantomeno negarlo. Della Befana si poteva anche parlar male, in effetti, ma mai negarla. Subentrava un vuoto cupo di disperazione con conseguenti urla e pianti inarrestabili, per cui i genitori si guardavano bene dal rivelare la cruda (e scomoda) realtà. Anzi capirono che la cosa poteva andare a loro favore aiutandoli nell’arduo compito di imporre dei divieti. Fu così che nacque la temibile Maria Barranca, l’orrendo mostro custode del laghetto. I poderi, in gran parte coltivati, infatti, erano disseminati di piccoli laghetti artificiali che, ovviamente, nascondevano insidie per i bambini, la peggiore delle quali era finirci dentro e morire annegati. Era inutile che gli adulti ripetessero di non andare nel laghetto, all’inizio ci avevano pure provato, bisogna riconoscerglielo. Il divieto amplificava a mille la curiosità delle giovanissime canaglie che trovavano sempre nuove scuse per finirci nei paraggi: una volta inseguivano una libellula assettata, un’altra dovevano costruire una capanna con le canne che vi crescevano attorno, un’altra ci avevano avvistato uno squalo tigre e volevano sincerarsi che non mordesse.
Prima che qualcuno si facesse male davvero, era necessario far subentrare il terrore nei cuori imprudenti dei nanetti avventurieri. Ci pensarono i vecchi del villaggio, leggi i nonni, che coniarono il nome, e l’entità, di Maria Barranca. Cosa fosse esattamente non si sapeva, né che aspetto avesse, ma era certo che fosse estremamente cattiva. E che si cibasse di bambini, soprattutto di quelli disobbedienti. “Anche perché gli altri non si avvicinerebbero mai ai laghetti”, dicevano.
Devo ammettere che Maria Barranca funzionò, ne eravamo terrorizzati soprattutto perché non sapevamo come fosse e potevamo solo congetturare quali torture efferate avremmo dovuto sopportare prima di essere fatti a pezzi e ingeriti dall’essere mostruoso. Io scommettevo avesse i tentacoli, come un’enorme piovra, per catturarci sott’acqua e succhiarci dalle membra. Mia cugina, invece, la vedeva come la classica vecchina sarda con “muncadore” e “foldetta”. Altri ancora non le davano una forma definita. Per tutti era comunque invincibile, anche i più temerari soccombevano e si rifugiavano nelle retrovie.
Ogni famiglia aveva la sua “Maria Barranca” che si adattava ai pericoli e, in generale, al contesto in cui operava. Cambiavano solo i nomi degli orchi e i luoghi da proibire.
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INDICE:
- 1. L’atterraggio dei Venusiani
- 2. Contrasti socio-antropologici – Il Paese
- 3. Contrasti socio-antropologici – La Campagna
- 4. Prime crisi mistiche
- 5. Giochi illeciti
- 6. Scoperte proibite
- 7. Rivelazioni esistenziali: la morte
- 8. La rivincita della Natura
- 9. Prove di sopravvivenza
- 10. Il diverso
- 11. Gerarchie
- 12. Cuori infranti
- 13. Miti e leggende: Maria Barranca (tu sei qui)
- 14. Nonne ninja e altre supereroine
- 15. Il dialetto perduto
[Raccolgo e rielaboro storie di vita e/o episodi tortuosi/virtuosi. Qualsiasi cosa ecciti la mia vena narrativa.]
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