I grandi dell’arte – Andy Warhol – Parte 2: Cenni biografici [La Factory: personaggi e cinema sperimentale]

Andy Warhol con 'Flowers' alla Factory (1964)
Andy Warhol alla Factory (1964)

Di ex fabbriche di cappelli trasformate in officine di creatività (di massa), poltrone purpuree protagoniste di filmini dai risvolti sesso-sperimentali, drag queen prime donne interpreti di divismi parodistici, personaggi promiscui e strafatti a festini dissoluti, Superstar esaltate in cerca di 15 minuti di celebrità, deliri d’onnipotenza incoraggiati da guru carismatici devoti al dio Edone, banane gialle dai metasignificati imbarazzanti & more…

Nel capitolo precedente vi ho parlato dell’esordio artistico di Andy Warhol, del suo arrivo a New York, del suo lavoro in campo pubblicitario, le prime mostre, la nascita e i tratti salienti della Pop Art di cui egli, insieme ad artisti del calibro di Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, James Rosenquist e Jasper Johns, fu esponente di punta.
Andy Warhol che lavora su 'Self-Portrait' alla Factory (1964)Siamo dunque agli inizi degli anni ’60, esattamente nel 1962, anno in cui Warhol inizia a “produrre” le sue opere serigrafiche in serie basandosi sul concetto dell’arte come prodotto di consumo come tutti gli altri. La tecnica diviene centrale o, più propriamente, il processo industriale che la sottende. Non sorprende quindi la sua scelta imprenditoriale di metter su una “fabbrica“, la Factory. Un luogo che riunisce artisti, collaboratori o semplici comparse, in senso letterale e non. Veri e propri “operai” dell’arte uniti da un unico comune denominatore: Warhol.

La Factory
Avanguardia creativa di massa“, così viene definita la Factory, il quinto piano di una ex fabbrica di cappelli sulla 47° strada, a Midtown Manhattan, che Warhol trasforma in officina di La Factorylavoro collettivo. Qui lavora giorno e notte alle sue opere che spaziano dalla pittura alla scultura, ma comprendono anche altre discipline come il teatro, la danza e il cinema sperimentale. L’affitto gli costa un centinaio di dollari all’anno, ma se si considera che da una semplice commissione guadagna anche 25.000 dollari, si capisce come possa permettersi di finanziare lo stile di vita del suo corposo entourage composto da artisti, attori, scrittori, drag queen, musicisti, drogati e intellettuali d’ogni sorta. Questi gli stanno sempre accanto aiutandolo e supportando le sue idee in quella che può essere definita una catena di montaggio di lavoro creativo.
Per stemperare il duro lavoro alla Factory vengono organizzati festini d’avanguardia dove droga, sesso e, non per essere citazionista, ma mi sa anche rock and roll pesante, sono componenti irrinunciabili. La FactoryVe lo dico giusto perché inquadriate la situazione, fatta di un gruppo affiatato che produce arte e muove idee, ma anche di eccessi e pura follia.

Quando, nel 1963, Warhol decide di spostare il suo spazio di lavoro alla Factory, il luogo sta cadendo a pezzi. Il suo assistente Gerard Malanga lo aiuta a trasferire tutto il materiale dal suo studio precedente.

Organizzai il mio studio con il tavolo da lavoro sul davanti, vicino alle finestre, ma tenni quasi tutte le finestre oscurate, mi piaceva così. Il retro del loft gradualmente divenne zona di Billy che venne a vivere alla Factory.

Andy Warhol seduto su una sedia alla Factory con la tela di Jacqueline Kennedy, le scatole Brillo e la parete d'argento. New York NY US 1964 Billy Name / NOvoWorksL’arredamento della Factory è affidato a Billy Name, che ricopre intere pareti di stagnola e vernice argentata.

Billy fu il responsabile dell’argento alla Factory. Ricoprì i muri che si sgretolavano e le tubature con diverse qualità di carta d’argento. Comprò bidoni di vernice d’argento e la spruzzò dappertutto, fin sulla tazza del water. Era il momento perfetto per pensare in argento. L’argento era il futuro, era spaziale.

Per questo lo spazio viene chiamato Silver Factory ed Età d’Argento il periodo in cui fu fucina attiva di prodotti artistici. Inoltre l’argento, a quanto pare, sarebbe anche un riferimento alla droga per via della stagnola.

Warhol nella Silver FactoryRicapitolando, quindi: pavimenti neri, luci stroboscopiche, pareti e oggetti argentati e un globo di specchi atti a riflettere la luce. Il tutto condito da un giradischi che sparava musica rock a tutto volume. Un piccolo bagno viene trasformato in camera oscura per lo sviluppo fotografico e uno stanzino in camera da letto.
Al centro c’è, invece, la poltrona rossa trovata per strada sempre da Billy Name. Essa diventa presto uno dei punti preferiti da Warhol, tanto che la utilizza per vari set fotografici e film, fra cui Blow Job (1964) (vd. video a fine articolo). Qui è assoluta protagonista insieme all’attore DeVeren Bookwalter che, seduto sulle sue morbidezze, riceve sesso orale da uno/a o più partner fuoricampo. Le riprese, mute peraltro, si concentrano sul suo viso sfociando in 35 minuti rallentati di puro cinema sperimentale.

Il sesso, d’altronde, è all’ordine del giorno alla Factory, chiunque vi entri può esserne coinvolto. I famosi festini a base di acidi, metanfetamine e alcool, sono caratterizzati da situazioni borderline e Blow job - Warholsessualmente esplicite. “Radicalismo sessuale” era la parola chiave: nudità, transgender, finti matrimoni drag e promiscuità in un’era in cui si giungeva ai primi traguardi in quanto a libertà sessuale.
Andy conosce l’amico Ondine (l’attore Robert Olivo), ad esempio, proprio in un’orgia nel 1962.
Ecco cosa racconta Ondine:

Mi trovavo in un’orgia e Warhol era questa grande presenza sul retro della stanza. Quest’orgia era tenuta da un mio amico, e così gli dissi, ‘Ti dispiacerebbe cacciare quella cosa fuori di qui?’ E quella cosa fu effettivamente cacciata dalla stanza. Quando venne da me la volta successiva mi disse ‘Nessuno mi aveva mai allontanato da una festa. Non sai chi sono io?’ E io risposi ‘Beh, non mi importa un cazzo di chi sei. Semplicemente non eri con noi. Non eri coinvolto…’

Andy Warhol, 1971 Con Candy Darling e Sylvia Miles ©AP PhotoFra i personaggi, o le Superstar, come Warhol ama chiamare i suoi proseliti, che spiccano alla Factory ci sono di certo Candy Darling, Jackie Curtis e Holly Woodlawn, le tre Drag Queen che prendono parte, come protagoniste, a diversi suoi film. Fra questi il divertente lungometraggio di Paul Morrissey, prodotto dallo stesso Warhol, dal titolo Women in Revolt (1971), che dimostra quanto il loro piglio eccentrico fosse farcito di una buona capacità di recitazione e ironia. Il film si propone, infatti, come una satira del movimento femminile per l’emancipazione, in cui i tre personaggi si uniscono al gruppo militante delle PIGS (Politically Involved Girls), nella lotta per la liberazione della figura della donna nella società.

The Velvet Underground & Nico - Andy WarholA loro è dedicata anche “Walk on the Wild Side” (1972), pezzo dei Velvet Underground che diventa la canzone manifesto della Factory. Lou Reed e il resto del gruppo sono assidui frequentatori del luogo e di Warhol che produce il loro primo album The Velvet Underground & Nico (1967) e ne realizza la grafica, la maliziosa banana gialla da sbucciare lentamente e scoprire (“peel slowly and see“). Un’icona pop inserita dalla rivista Rolling Stone fra le 100 migliori copertine della storia.
I Velvet Underground fecero parte anche di “Exploding Plastic Inevitable“, un spettacolo di Warhol che combinava arte, rock, i suoi film, danze e rappresentazioni di ogni tipo con derive sessuali, quali sadomaso e similari.

Un’altra protagonista della Factory è Edie Sedgwick, artista e modella dalla vita travagliata che, fra il 1965 e il 1967, gira diversi film come attrice per Warhol e ne diventa una delle muse. Andy Warhol e Edie SedgwickSi narra, anzi Lou Reed narra, che Warhol gli chiese di scrivere una canzone su di lei:

Andy mi disse che avrei dovuto scrivere una canzone su Edie Sedgwick. Io dissi: ‘Del tipo?’ e lui rispose: ‘Oh, non pensi che sia una femme fatale, Lou?’ Così scrissi Femme Fatale e la demmo a Nico»

Che lo fosse, femme fatale o no, non cambia. Ciò che conta è che ben presto diventò un’icona pop, simbolo della controcultura americana.

Visto che ci siamo, parliamo anche di Nico o, per essere precisi, Christa Päffgen. Cantante, musicista, attrice e modella tedesca, Nico spicca per le atmosfere gotiche e decadenti dei suoi brani che, insieme a una voce profonda dai toni inquietanti, le hanno guadagnato l’epiteto di “Sacerdotessa delle Tenebre“. Andy Warhol, Nico e i Velvet UndergroundA lanciarla furono i Velvet Underground sempre su intercessione di Warhol, di cui può essere considerata anch’essa musa. Tuttavia il suo idillio coi Velvet non durò a lungo visto che si impelagò in una doppia liaison con Lou Reed e John Cale. Ciò non stupisce visto il lungo elenco di personaggi noti con cui ebbe una relazione, fra cui Alain Delon, Brian Jones dei Rolling Stones e il regista greco Nico Papatakis da cui deriva il suo nome d’arte. Alla Factory Nico si presta anche come attrice per il famoso film Chelsea Girls (1966) (vd. video a fine articolo) che diventa anche il titolo del suo primo disco da solista, dove compaiono anche canzoni scritte per lei da Bob Dylan, Jackson Browne e Jim Morrison. Insomma, una donna in grado di ispirare, evidentemente, non solo Warhol. Tuttavia anche la sua fama, così come le sue relazioni, può considerarsi effimera, visto che non si protrasse oltre quel periodo.

Nico, Mary Woronov, Andy Warhol e Susan BottomlyIn Chelsea Girls compare anche Mary Woronov, considerata anch’essa cult star per la partecipazione a film diretti da Warhol e Roger Corman. Nella sua autobiografia (Swimming Underground . My years in the Warhol Factory), l’attrice, pittrice e scrittrice parla dei suoi anni alla Factory descrivendo un Warhol privo di fascino, che “diceva le cose più insulse; la gente ci impazziva sopra, si sentiva in dovere di leggerci i significati più reconditi, ma per noi era tutto diverso…
Dalle sue parole emerge una critica e autocritica feroce, ma anche l’assoluzione per quella ragazzina dalle idee confuse e dall’anfetamina facile. Fra gli aneddoti più curiosi spicca quello riguardante Billy Name, che una sera si fece murare in un loculo.
Niente di strano, rientra nel tenero quadretto che si sta pian piano delineando.

Kiss - WarholFra le incursioni di Warhol nel cinema sperimentale, è da menzionare Kiss (1963) (vd. video a fine articolo), il lungometraggio che apre le danze, anch’esso realizzato alla Factory. Nel video, della durata di 50 minuti, si alternano diverse coppie, sia etero che omo, che si baciano. A ogni coppia sono dedicati 3 minuti e, fra i protagonisti, troviamo volti noti quali Naomi Levine, Gerard Malanga, Rufus Collins, Johnny Dodd e Ed Sanders.
A Kiss hanno fatto seguito, oltre al già citato Blow Job, Eat (1963) e Sleep (1963).

Nei lavori di Warhol si capta l’influenza di registi underground come Gregory Markopoulos, Stan Brakhage, Ron Rice, George Kuchar e suo fratello Mike, Kenneth Anger, Jack Smith. Da loro egli deriva la sperimentazione iconografica, l’estrema libertà compositiva, la manipolazione dell’immagine e della pellicola e la scelta di soggetti visionari o portatori di ossessioni e paure.

Non eravamo star cinematografiche qualunque, Warhol riteneva che fossimo più glamour, più favolose e più sensazionali di qualsiasi altra cosa Hollywood si sarebbe potuta aspettare, e poiché i nostri piedistalli erano posti così in alto, decise di inventare il proprio marchio di icone cinematografiche: Superstar.”

La Silver Factory di Andy WarholCon queste parole, tratte da “Coi tacchi alti nei bassifondi” di Holly Woodlawn, una delle famose drag queen di cui vi ho parlato, è ben descritto il modo in cui Warhol considera, o meglio esalta, le sue Superstar. Tuttavia il tutto è da leggere in chiave ironica. Warhol in realtà costruisce una sorta di sberleffo al divismo tipico del mondo hollywoodiano, alla mitizzazione delle star. Il suo “marchio” di icone cinematografiche è un aperto affronto ai divi del cinema. I suoi attori sono dilettanti o del tutto improvvisati, volutamente privi di professionalità. La Factory dà la possibilità a tutti gli artisti in cerca di 15 minuti di celebrità, di creare un personaggio e diventare delle vere e proprie star.
In un eccesso di autoironia, Warhol riproduce spesso anche se stesso e si comporta in modo eccentrico fino a trasformarsi da artista in divo, o meglio la sua parodia.

Andy Warhol e Bob Dylan alla FactoryIl potenziale della fabbrica artistica warholiana è arricchito da altri personaggi dello star system come Bob Dylan, Jim Morrison, Truman Capote, Mick Jagger, Brian Jones, Joe Dallesandro, Brigid Polk (l’amica più intima di Warhol), Viva, Ultra Violet. Di straforo ci son passati anche Yoko Ono, Salvador Dalí, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Gregory Corso e chissà quanti altri.

Andy Warhol che lavora sull'opera 'Flower' alla Factory (New York), Marzo 1965Mi son dilungata a descrivervi i personaggi e l’attività della Factory cercando di darvi un’idea dell’entità del “bordello” che la anima e dei lavori che vi si realizzano soprattutto dal punto di vista cinematografico. Ovviamente, anche grazie all’aiuto dei suoi fedeli, l’attività artistica di Warhol sugli altri fronti non si ferma.
Nel 1964 espone alla Galerie Sonnabend di Parigi e da Leo Castelli a New York. In occasione della Fiera mondiale di New York, sempre nel 1964, realizza i Thirteen Most Wanted Men per il Padiglione Americano. Nel 1965 espone all’Institute of Contemporary Art di Philadelphia.
Nel 1968 Warhol sposta la Factory al sesto piano del Decker Building (33 Union Square West), vicino al noto locale Max’s Kansas City. Il vecchio edificio non esiste più ed è un vero peccato perché mi sarebbe piaciuto traspirarne gli effluvi.

Nel prossimo capitolo vi parlerò del tentato assassinio di Warhol, degli anni 80 e della sua amicizia con Basquiat e altri nomi noti, dei libri e la sua attività editoriale.

Fonti:
Da locale nella 47a strada a leggenda: “The Factory” | La folle vita ai tempi del Warhol Underground | La Factory di Andy Warhol: storia del regno del re della Pop Art | La Silver Factory tra comete e meteore | Le superstar della Factory | Factory | The Factory – Wikipedia | Andy Warhol la biografia e la vita del pioniere della pop art | Andy Warhol – Treccani | Andy Warhol – Wikipedia

I GRANDI DELL’ARTE – Andy Warhol:

  1. Parte 1: Cenni biografici [Pop Art e primi anni 60]
  2. Parte 2: Cenni biografici [La Factory: personaggi e cinema sperimentale] (tu sei qui)
  3. Parte 3: Cenni biografici [Tentato omicidio, Napoli, Basquiat e anni ’80]

7 commenti

  1. Forse è questo il lato che preferisco di Andy Warhol, la sperimentazione continua nel voler trasformare in arte le pulsioni che provenivano dalla società dell’epoca.. Eppure anche in questo caso la sua genialità, l’intuito, il coraggio si sono trasformati in qualcosa di seriale.. Ci si aspettava che Warhol realizzasse o organizzasse determinate cose..
    Carmelo Bene durante una sua celebre partecipazione al Maurizio Costanzo Show del ’94 (la puntata era “Uno contro tutti” e se ti capita la puoi trovare su YouTube) fece una serie di considerazioni a proposito dell’arte. Recitare come citare di nuovo, citare qualcun altro, qualcosa di già scritto e detto in passato: ecco, quando penso a Warhol, ricordo le parole di Carmelo Bene pronunciate all’epoca. Lui ha prima concepito qualcosa, per poi recitare se stesso.

    • Il tuo punto di vista è molto interessante, come al solito. Però, studiando bene e dettagliatamente cosa successe e il modo in cui Warhol sviluppò la sua idea delle Superstar, trapelano delle sfumature che sinceramente prima mi sfuggivano. La Factory era una sorta di grande palcoscenico dove veniva evidenziato e criticato il divismo del tempo. Il suo era un modo, di certo eccentrico e psichedelico, questo sì, di interpretare la società mitizzante che lo circondava. Voi create i miti di Hollywood? Bene, visto che tutti hanno il diritto di esserlo, io ve lo creo di un cibo in scatola, o di un banale attorino da due soldi… Io ci leggo una forte ironia e il fatto che, alla fine, lui si sia accorto che si stava trasformando in ciò che lui stesso criticava e abbia avuto la genialata autoironica di riprodurre anche se stesso, sinceramente mi fa rivalutare la sua figura.
      E in tutto ciò giuro che non mi sta manco simpatico ma tant’è…

      • In effetti ho dimenticato di scrivere come la nascita stessa della Factory sia stata qualcosa di insolito per l’epoca. Chi mai si sarebbe sognato di affittare una fabbrica dismessa per realizzare un luogo dove si respirava arte 24 ore su 24? L’esempio della Factory, esattamente come l’arte di Warhol, si è replicato nei decenni successivi (più o meno consapevolmente o volutamente), con la ristrutturazione e il riuso di locali abbandonati.. Anche in questo Warhol è stato un pioniere.

      • Eh sì eh!?!? Comunque ti avevo detto che mi sarebbe piaciuto visitarla ma ho scoperto che non esiste più… accidenti ai newyorkesi e alla loro tendenza a buttar giù e ricostruire qualsiasi cosa. Quanti edifici e luoghi di interesse son andati perduti… e vabbè, mi accontenterò di queste foto, peraltro fantastiche a mio parere 😉

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