Appunti di viaggio

Vienna day-by-day – Museo ebraico e Memoriale dell’Olocausto (Day 5)

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Nell’ingenua opinione di chi si sveglia, il sogno, se pure non proviene da un altro mondo, ci rapisce tuttavia, mentre dormiamo, in un altro mondo.
Sigmund Freud

Vienna, 21 agosto 2015

Ho paura, molta paura.
Vedo persone che scappano.
Bisogna fuggire, fuggire il più lontano possibile. Stanno arrivando.
Corro nelle strade di campagna ancora sterrate della mia infanzia.
Sono sola e sento che è tardi, devo sbrigarmi.
Di punto in bianco si materializza una macchina, la vecchia auto di mio nonno paterno ma la guida quello materno.
“Nonno, stanno arrivando i nazisti!”
Mi siedo al suo fianco.
Non parla ma capisco che è lì per aiutarmi. Mette in moto.
“Aspetta, prima dobbiamo prendere Francesca, l’ho nascosta dietro quegli alberi!”
Fa inversione velocemente, si ferma nel luogo che gli ho indicato.
Temo di non trovare più mia cugina. Invece c’è ma è mia nipote. So che sono la stessa persona.
La prendo, la porto in macchina e scappiamo via.

Giuro che non è una trovata narrativa, stanotte mio nonno è venuto a salvarmi dai nazisti. Non ricordo il suo volto ma so con certezza che era lui. Credo che siano due i motivi (inconsci) di questo sogno e si riallacciano entrambi al mio vate protettore Sigmund. Il primo riguarda la scelta della frase del giorno che ho fatto preventivamente in Sardegna e che probabilmente i miei ricordi sopiti hanno legato alla giornata di oggi. Essa riguarda il sogno, come avrete avuto modo di notare.
Il secondo motivo è legato al fatto che anche lui fosse ebraico e dovette esiliare a Londra proprio a causa del nazismo. Il fatto di aver deciso ieri di visitare il quartiere ebreo e di parlare dell’Olocausto nella puntata di oggi ha fatto il resto.
Le mie letture giovanili dell’Interpretazione dei sogni (di Freud) mi portano a considerare in questo modo questo divertente caso che, vi dico la verità, un po’ d’ansia me l’ha data.
Non oso immaginare in quali torbide acque della mia sessualità infantile andrebbe a rovistare l’illustre psicanalista per spiegare questa specie di incubo, ma io non son freudiana e me ne frego abbastanza.
La nota positiva è che ho rivisto il mio caro nonnino che, proprio come ha sempre fatto in vita, è venuto a proteggermi (affettuosamente) anche qui a Vienna.

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Sto iniziando a odiare i selfie!

Dopo aver fatto colazione mi lancio dunque in centro, sulla Stephenplatz. Arrivare al Museo Ebraico è molto semplice, si trova su una traversa dell’ampio viale del Graben di cui vi ho parlato due giorni fa. In realtà il museo è composto di una sede principale e di una “staccata” (passatemi il termine) in Judensplatz. Visto che quest’ultima si trova a distanza di una passeggiata, mi ci son diligentemente recata, anche perché i 10 Euro del biglietto valgono per entrambe.

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Prima di parlarvi dei due musei vorrei fare una premessa, anzi due. La prima è che stavolta non mi dilungherò sul tremore avverso che mi coglie ogni qual volta ripenso all’Olocausto. Ne ho parlato tante volte, prima fra tutte durante la mia visita ad Auschwitz-Birkenau che mi ha segnata profondamente. La mia decisione di dedicare una giornata a questo argomento, come feci a suo tempo a Praga, vi fa capire quanto per me la questione sia importante.

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La seconda premessa è storica e riguarda l’Austria e la questione ebraica che è più complessa di quanto ci si possa aspettare. Gli ebrei non hanno infatti mai avuto vita facile in terra austriaca.

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Essi arrivarono a Vienna in epoca medievale e formarono una piccola ma stabile comunità pur essendo del tutto esclusi dalla vita civile. Nel 1420 e 1421 furono costretti ad allontanarsi a causa di una serie di brutali aggressioni da parte della plebe. Alcuni scelsero il suicidio collettivo nelle sinagoghe, altri scapparono e non poterono tornare a Vienna fino al 1624.

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Una volta rientrati, non ebbero tuttavia neanche il tempo di stabilirsi che l’imperatore Leopoldo I li bandì nuovamente e s’impossessò del loro quartiere ribattezzandolo pure col suo nome (Leopolstadt).

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Successivamente il governo chiuse un occhio permettendo loro di vivere in città. Solo con l’Editto di Tolleranza di Giuseppe II nel 1781 fu permesso loro di insediarsi. Tutto sembrava essersi appianato tanto che cento anni più tardi, dopo le rivoluzioni del 1848, alcune riforme diedero ulteriori libertà agli Ebrei che furono anche ammessi nell’aristocrazia viennese e in alcuni casi divennero consiglieri dei sovrani.

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Da allora fino all’affermarsi dell’antisemitismo negli anni ’30, la comunità ebraica prosperò grandemente.
Essa viene considerata come parte della storia della città e ha giocato un ruolo importante nel suo sviluppo sia economico che culturale.

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Pensate a intellettuali e artisti come Freud e Shoenburg. Tuttavia esistevano ancora attriti con la comunità cristiana rappresentata da partiti politici apertamente antisemiti che anticiparono quelli di estrema destra che generarono il nazismo. Ebbe un grande ruolo in questo senso colui che ricoperse il ruolo di sindaco della città di Vienna dal 1897 al 1910, anno della sua morte. Parlo di Karl Lueger, un uomo su cui i pareri si dividono: c’è chi lo considera un politico illuminato che ripulì la città dalla corruzione, c’è chi invece lo dipinge come un cinico demagogo che, nonostante non disprezzasse gli ebrei, utilizzò l’antisemitismo per la sua campagna politica.

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A quanto pare questo suo fervente odio razziale, che sia stato sincero o no, influenzò l’opinione pubblica compreso Adolf Hitler, uno dei suoi più accesi sostenitori.

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Tra l’ascesa del nazismo e la fine della Seconda Guerra Mondiale, la comunità ebraica di Vienna fu quasi completamente annientata. Vi ho già parlato dell’Anschluss del 1938, l’annessione forzata dell’Austria alla Germania nazista. Molti ebrei fuggirono, altri furono uccisi nei campi di concentramento.

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Oggi esiste una comunità di circa 8000 ebrei che comprende soprattutto quelli arrivati dall’unione sovietica fra il 1968 e il 1989.

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Bene, adesso che conoscete l’infausta storia che ha letteralmente decimato la comunità ebraica austriaca potete accompagnarmi per le grandi sale bianche di questo museo diviso in due sezioni: una comprendente il periodo dal 1945 al presente; l’altra quello prima del 1945.

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Credo sia opportuno stare in rispettoso silenzio. Vi riporto solo la didascalia di un oggetto in mostra. Si tratta di una valigia.

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Ogni persona poteva portare 2 valigie, 2 coperte e un secondo paio di scarpe nel suo viaggio verso la morte. La valigia doveva essere marcata con pittura a olio bianca.
Questa è la valigia di Frieda Jacobowitz, deportata da Berlino a Theresienstadt nel 1942 e uccisa ad Auschwitz nel 1944.

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Al primo piano è visitabile anche una mostra di fotografia dal titolo “Transit.” Iranians in Vienna – Fotografie di Christine de Grancy (Graz, 1942)

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Dopo la rivoluzione in Iran del 1979, centinaia di ebrei furono allontanati segretamente dal paese. Vienna divenne un punto di transito verso gli USA. La sinagoga Schiffgasse di Vienna divenne per loro un centro culturale e religioso.

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Esco dal museo svuotata del tutto come sempre mi capita in queste occasioni. Mi incammino verso Judensplatz ma prima decido di fermarmi a vedere una chiesa che ho intravisto e snobbato l’altro giorno. Ciò che mi convince è la descrizione della guida. Si tratta della Peterskirche con la sua grande cupola verderame e la stretta facciata che si riversa su una piazzetta in una traversa del Graben.

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La chiesa di San Pietro (1733) non rivestirebbe per me alcun interesse se non avessi letto il nome di coloro che la progettarono. Si tratta di Montani e Hildebrandt. È quest’ultimo ad attrarmi visto che ho letto della sua agguerrita rivalità col suo collega Fischer von Erlach. I due architetti vissero fra la seconda metà del 1600 e la prima del 1700 e vengono considerati i maestri del barocco viennese. Essi furono acerrimi rivali, in costante competizione per il lavoro e il prestigio. Hildebrandt era più amato dall’aristocrazia ma la spuntava sempre Fischer von Erlach riuscendo ad ottenere le commissioni dalla corte. Divertente!

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Comunque l’interno della chiesa, come avverte la guida, è un barocco esagerato e, come si sa, il troppo storpia. Cioè bello ma pacchiano ed eccessivo. Molto suggestiva invece la cupola affrescata con una magistrale “Assunzione” (1714) di J. M. Rottmayr.

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Faccio qualche foto e proseguo il mio cammino. Devo dire che non ho grosse difficoltà ad orientarmi, anzi trovo subito la piazza. C’è un altro motivo che mi ci ha spinto e cioè il grande Memoriale dell’Olocausto dell’artista britannica Rachel Whiteread. Si tratta di un parallelepipedo di cemento ricoperto su tutti i lati da fascette a forma di libri. Un’iscrizione alla base elenca i campi di concentramento in cui furono sterminati gli ebrei.

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In commemoration of more than 65.000 Austrian Jewes who were killed by the Nazis between 1938 and 1945

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Dietro il memoriale scorgo l’entrata del Museo ebraico Judensplatz in cui posso visitare “Lessing presents Lessing“, un’interessante mostra del fotografo austriaco Erich Lessing (Vienna, 1923) che documentò l’Austria, anche per Magnum Photos, negli anni del dopoguerra.

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Settant’anni dopo il museo ebraico di Vienna ha chiesto a sua figlia Hannah una selezione di foto che offrono uno sguardo profondo sull’Austria del periodo e sulle sue “Girls of the Sixties“.

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Il resto del museo è dedicato alla storia del vecchio ghetto ebreo, nei sotterranei ho potuto anche vedere le fondamenta dell’antica sinagoga che fu costruita nel 13°sec. al centro del quartiere ebraico. Essa fu distrutta nel 1420/21 e le fondamenta furono scoperte solo nel 1995.

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Me ne vado dal museo e decido di tornare a piedi verso la metro lungo il Donaukanal (stretto canale del Danubio che scorre attraverso il centro della città). La mia scelta ha un motivo, voglio andare in avanscoperta nel famoso Triangolo delle Bermuda viennese, luogo in cui spero di perdermi domani notte e che vi racconterò meglio all’occorrenza. Mi infilo fra le viuzze e faccio qualche foto.

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D’altronde, anche se vi potrò sembrare una secchiona, sono un’entusiasta amante della vita e dei bagordi. Stasera, ad esempio, visto che è tornato il sole e la temperatura si è sollevata, posso anche abbandonare gli stracci consueti e trasformarmi in una donna mediamente agghindata. Ho trovato giusto due cosine in valigia che non sono poi così fuori moda. Deve avercele infilate la fatina di Cenerentola.

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Angolo culinario
Stasera la Wiener Schnitzel, la famosa cotoletta viennese. Da provare! Per palati abitudinari come quello della sottoscritta è perfetta. Nessuna spezia o sapore “fuori luogo”. Scusate ma sono una noiosa purista, ne son consapevole.

Stay Vienned!

6 risposte »

  1. Ciao Barbara, altra giornata emozionante e istruttiva, grazie per la cronaca, io sono andato a Praga e ho visto cose molto interessanti e istruttive nel quartiere ebraico, tra l’altro una delle più belle Sinagoghe forse del mondo, che immagino abbia visto anche tù!
    Interessante anche la chiesa di San Pietro, non sapevo di questo extrabarocchismo, pensavo fosse una cosa prettamente meridionale, forse gli Austriaci sono un po’ i terroni del nord! 🙂
    ps. bella mise, e belle gambe! ciao 🙂

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    • Ehmmm grazie!
      Sinceramente a Praga la sinagoga e tutta l’organizzazione dietro un po’ mi insospettirono. Al di là dell’innegabile oltraggio all’essere umano in quanto tale operato nei loro confronti, non ho mai incontrato un ebreo che mi ispirasse simpatia. Dev’essere una questione culturale, siamo diametralmente opposti (la questione Israele peraltro non aiuta) e anche ieri non hanno dimostrato il contrario coi loro modi poco carini. Ciò non toglie che trovi la persecuzione nei loro confronti inaccettabile ma è lo stesso sentimento che provo per il razzismo e l’omofobia ad esempio. Non vuol dire che i diversamente colorati o i gay mi stiano tutti simpatici, anche se questi ultimi non mi hanno mai deluso in questo senso 😉

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