Vienna day-by-day – Museums Quartier: Leopold Museum [Schiele, Klimt & more] (Day 4)

image

Non siamo mai così privi di difese, come nel momento in cui amiamo.
Sigmund Freud

Vienna, 20 agosto 2015

Piove piove lo StreGatto non si muove, si tenta la cassiera e lo mettono in galera

Bene, dopo la pessima caduta di stile dello StreGatto e la sua ingloriosa uscita da questa storia, posso finalmente stare tranquilla. Il problema rimane la pioggia. Voi non lo sapete ma qualche anno fa mi hanno diagnosticato un’idiosincrasia incurabile verso gli ombrelli. Genitori e amici ci hanno tentato in tutti i modi infilandomeli di nascosto in borsa o facendo finta di dimenticarli a casa mia ma non c’è niente da fare, non ci riesco, li ignoro, è più forte di me. Ragion per cui a Vienna sono costantemente infradiciata e, seppure il detto voglia che una blogger bagnata sia anche fortunata, credo che, più che fortunata, sarò “appuntorata”, come si dice in slang cagliaritano. Si capisce vero?

image

Inoltre l’ombrello più economico che ho visto costa 15 euro che vi fa giusto capire quanto gli eleganti austriaci siano attenti anche agli accessori. Sembrano fare a gara a chi è più figo, dovete vedere gli impomatati che mi è capitato di incrociare. Comunque ci sta, i viennesi, a quanto ho letto, ci tengono alle apparenze, vivono con nostalgia il periodo dell’Impero e ciò si riflette sia sul loro modo di vestire sia su un certo formalismo nei modi.
Il bello è che mi dovete vedere: ho un giubbino finta pelle che alterno a un k-way rosso (senza cappuccio), dei jeans demodé a zampa d’elefante sullo stile “Faccio cose, vedo gente” e delle scarpe da escursionista anziano che mi rifiuto di mostrarvi. Ci pensano già gli eleganti viennesi, con i loro sguardi schifati, a farmi capire quanto la mia relazione con la moda faccia acqua da tutte le parti. Giusto per stare in tema. Insomma, so che Nanni mi schiaffeggerebbe ma ho sempre pensato che il contenuto facesse la differenza, che l’abito non faccia il monaco e altre menate del genere. Tuttavia, a mia difesa, posso affermare di non essere una stracciona, diciamo che mi salvo in corner.

image

Mentre rifletto sulla possibilità di rifarmi il guardaroba, giungo al Museums Quartier. Credo siate ormai consapevoli del fatto che non mi piaccia darvi anticipazioni. Per questo, durante la mia visita al Mumok, ho deliberatamente taciuto l’esistenza di un altro importante museo che gli sta proprio di fronte, il Leopold Museum. Comunque, anche volendo, non avrei potuto ignorarne l’esistenza vista la sua poderosa imponenza.

image

E poi scusate, pensavate che, dopo avervi “impippato” per mesi con lo studio di Egon Schiele e Gustav Klimt, non andassi a visitarlo? Ma con che razza di blogger pensate di avere a che fare?

image

Faccio il solito selfie all’entrata ma una gentile signorina si offre di farmi una foto da turista standard. Credo abbia notato la mia goffaggine nonché lo sguardo da orango incazzato dopo l’ennesima prova malriuscita. E tutto per non comprarmi il maledetto bastone che ho tanto criticato ai giapponesi ad Atene l’anno scorso.

image
Il fu selfie della discordia!

Quaglio dunque la foto del giorno ed entro con veemente riverenza in quello che mi appare come l’unico tempietto votivo che possa farmi inginocchiare. Faccio un po’ di fila, pago i 13 euro del biglietto e i 4 di audioguida, mi armo di taccuino da appunti (elettronico) e mi immergo nelle candide (e avvolgenti) pareti del Leopold Museum.

image

Schiele e Klimt si trovano ai piani alti e li lascio appositamente per ultimi.
Il piano terra è suddiviso in sale dedicate a tre esponenti dell’Espressionismo che ebbero rapporti con Egon Schiele. A questo punto è necessaria una premessa. Il Leopold Museum prende il nome da Rudolf Leopold (1925-2010), un viennese che, a soli 22 anni e dopo una laurea in medicina, scoprì il suo grande amore per l’arte e la cultura (austriache).

image

Da allora prese a collezionare opere d’arte con un occhio di riguardo per quelle di Egon Schiele di cui era particolarmente appassionato e in cui riconosceva la stessa grandezza e il potere degli Old Masters. Egli, insieme a sua moglie, creò una grande collezione e spese tutto quello che guadagnava spesso gravandosi di grossi debiti. A partire dagli anni ’60 egli organizzò mostre di Schiele in tutto il mondo facendogli raggiungere la fama che non ottenne mai in vita. Il pettegolezzo storico, di cui non si parla nel museo, è che questo suo desiderio compulsivo di acquistare sempre più opere del suo beniamino lo portò in territori incerti per quanto riguarda l’etica. In poche parole comprò diversi quadri confiscati agli Ebrei durante il nazismo e, anche se lui affermò di averli acquistati legalmente, è quasi certo che ne conoscesse la provenienza. Per questo motivo, a quasi un mese dalla sua morte nel 2010, il Leopold Museum fu costretto a pagare 19 milioni di dollari ai discendenti di Lea Bondi Jarai, una gallerista ebrea che possedeva il “Ritratto di Wally” prima della guerra.

image
(Il "Ritratto di Wally" sulla destra)

Detto questo capirete l’attinenza degli artisti proposti dai curatori del Leopold Museum. In particolare, una sala è dedicata a Herbert Boeckl (1894-1966), che fu un insegnante dell’Accademia ma che viene riconosciuto come un padre anticipatore dell’Espressionismo schieliano.

image
Herbert Boeckl

La seconda sala è dedicata a Hans Böhler (1884-1961), uno dei fondatori, insieme a Schiele, del Neukunsgruppe che prese le distanze dall’art Nouveau tipica di Klimt e della prima Secessione viennese.

image
Hans Böhler

Terza sala per Anton Faistauer (1887-1930), anch’egli facente parte del Neukunsgruppe.

image
Anton Faistauer

Il piano terra ha anche una quarta sala dedicata a Rudolf Leopold. Egli collezionò anche opere austriache dal medioevo al XIX e XX sec. che sono qui esposte. Fra gli artisti: Leopold Hauer, Karl Stark, Ferdinand Stransky, Johan Martin Schmidt, Albert Lebourg, Ferdinand Georg Waldmüller, Norbert J. C. Grund, Josef Dobrowsky e Gustav Hessing.

image
Sala Rudolf Leopold

Il primo piano sotterraneo, invece, è dedicato a una mostra molto interessante di arte contemporanea. L’artista, classe 1963, è l’inglese Tracey Emin. La mostra, dal titolo “Tracey Emin | Egon Schiele – Where I want to go” (24 aprile / 14 settembre 2015), indaga il suo profondo rapporto con l’arte di Schiele. Oltre a diverse sculture e dipinti, ciò che mi colpisce è una grande installazione che rappresenta un suo sogno ricorrente legato a un luna park infantile, delle montagne russe in legno a forma di pene gigante.

image
Tracey Emin

Non sorprendetevi, se avete seguito lo studio su Schiele, dovreste sapere quanto la sessualità sia un tema ricorrente nella sua arte.
Molto interessanti anche i suoi ricami su stoffa con scene erotiche esplicite ispirate indubbiamente a Schiele.

image
Tracey Emin

È lei stessa a mettere in risalto questo legame raccontando la sua nascita quando, ancora teenager, il suo fidanzato le fece notare che la cover dell’album “Lodger and Heroes” di David Bowie si ispirava ai lavori di Schiele. Fu così che nacque il suo amore incondizionato per Egon. Come darle torto?

image
Tracey Emin

Il secondo piano sotterraneo è dedicato alla mostra “From Biedermeier to the Ringstrasse – Painting between 1830 and 1890“. Si tratta del periodo successivo al Congresso di Vienna del 1815 che mise fine alle guerre napoleoniche e introdusse un momento di stabilità in Europa. In Austria ciò creò grande fermento culturale soprattutto nella borghesia. Gli austriaci chiamano questo periodo Biedermeier. Molti di questi dipinti finirono negli interni dei palazzi della Ringstrasse, la via più ricca e famosa di Vienna, fatta costruire dagli Asburgo per onorare l’Impero.

image
From Biedermeier to the Ringstrasse - Painting between 1830 and 1890

La mostra è divisa in diverse sale, in quella principale vi sono le opere di Anton Romako, Hans Canon, Emil Jacob Schindler e Friedrich von Anerling.

image

La seconda, dedicata al realismo (“Biedermeier – Realism – Atmospheric Impressionism”), ospita Rudolf Von Alt, Theodor Von Hörmann, Eugene Jettel, Rudolf Ribarz, Otto Von Thoren, Joan Baptist Reiter, Gustave Coubert e Ferdinand Georg Waldmüller.

image

La terza, dedicata agli artisti che furono chiamati dagli architetti della Ringstrasse per arricchire gli interni degli edifici appena costruiti nel 1865 (“The artist of the Ringstrasse era”), ospita opere di August Von Pettenkofen, Carl Schuch, Anton Romako, Tina Blau, Robert Russ, Emil Jacob Schindler e Marie Egner.

image

Voi ci scherzate ma tutto questo lavoretto ha impegnato numerose ore.
Il mio recente tentativo di usare i pennelli ha fatto nascere una certa pignoleria e spesso mi son soffermata sui dettagli a 10 cm dai quadri, ho osservato le pennellate, analizzato i toni, le sfumature e via dicendo. Lo so, son pesante ma sopportatemi. In cambio, attraverso le foto, vi offro uno sguardo delle elevate mostre del Leopold.

image

Finalmente giungo al fulcro della mia visita: i piani alti.
Il terzo è dedicato interamente a Schiele e, in alcune sale, presenta la mostra “Wally Neuzil. Her life with Egon Schiele” che ripercorre il legame fra l’artista e Wally. Come ho già avuto modo di illustrarvi, Wally fu una delle modelle più importanti di Schiele che egli dovette abbandonare a causa di Elisabeth, sua moglie, che gli impose solo se stessa in questa veste come condizione del matrimonio.

image

Credo sia impossibile esprimere a parole la forte emozione che le opere di Schiele hanno provocato nei miei sensi elettrizzati.

image

Alcune di esse sono di una bellezza accecante e, mentre le osservavo, penso si tratti di una prova, una specie di misurazione della mia tolleranza al sublime.

image

Devo ringraziare Leopold per avere acquistato una chicca interessante che questo blog ha già ospitato e cioè la caricatura del bacio klimtiano che vede il monaco e la suora immersi nella loro unione proibita. Appena la vedo, nel mio viso si scolpisce un sorriso adorante e quasi corro a osservarla da vicino sotto gli sguardi perplessi dei visitatori. Che ci posso fare? È più forte di me. Comunque grazie Leopold. Ed Egon ovviamente. Mettiamoci pure Klimt così nessuno ci rimane male.

image

Arrivo dunque al quarto e ultimo piano. Ad accogliermi è la più famosa illustrazione klimtiana del Ver Sacrum. A questo punto godo.

image

Mi inoltro nella stanza e vedo due riproduzioni dei pannelli realizzati da Klimt per l’Università, quelli che furono distrutti dentro il Castello di Immendorf (1945) quando la Gestapo gli diede fuoco perché non cadesse nelle mani degli Alleati. Ovviamente sono solo riproduzioni ma godo lo stesso, soprattutto conoscendone la storia e tutto lo scompiglio che crearono nella Vienna (accademica) del periodo.

image

Il quarto piano ospita anche diverse opere di Schiele, Oscar Kokoschka e altri importanti secessionisti fra i quali Koloman Moser, Carl Moll, Josef Hoffman, Hans Schachinger, Josef Maria Olbrich e Adolf Loos.

image

In particolare una sala è dedicata alla Wiener Werkstätte, fondata da Koloman Moser e Josef Hoffman che abbandonarono la Secessione per un approccio più simile al movimento inglese delle Arti e Mestieri e utilizzarono gli ideali estetici della Secessione stessa per applicarli al design degli oggetti quotidiani come gli utensili da cucina, i mobili e le stoffe.

image

Un’ altra sala è dedicata a Richard Gerstl e una agli artisti soldati che fecero la Prima Guerra Mondiale (1914-1918): Anton Kolig, Oscar Kokoschka e Albin Egger-Lienz.

image

Una sala, dove noto una bambina che si siede per terra e disegna su un taccuino, è dedicata all’influenza dell’arte nipponica sulla Vienna secessionista.

image

La bimba mi incuriosisce, mi avvicino piano a spiare il contenuto dei suoi disegni. Ella riproduce il quadro che ha davanti, lo fa con uno sguardo serio e tanta passione. Meravigliosa!

image

Poi vengo attratta da una luce intensa, un richiamo fortissimo che mi attira verso un’opera: “Death and Life” di Klimt.

image

Flusso joyciano dinanzi all’opera (facoltativo)
La misuro a distanza, poi mi avvicino e ne osservo le pennellate. Vedo Gustav scalzo, con la sua ampia tunica bianca, imprimere quelle forme con la sua forte carica vitale (e sensuale). Cazzo che colori e che vivacità! La parte della vita è incredibile, è talmente espressiva… Sa di ciclo vitale e amore. Sono in estasi. Non mi serve altro, potrei morire qui adesso, sciogliermi e venir risucchiata in quel magma estasiante di colore, fra le decorazioni floreali della vita e star lì a generare bellezza. Per sempre.

image
Si, esattamente qui...

Mentre vado via dal Museums Quartier vengo attratta dalle vetrate del Kindermuseum dove una bimba e un’addetta del museo stendono un disegno e usano il phon per asciugarlo. Mi avvicino dall’esterno. Alzano gli occhi e mi sorridono, io sento una grande emozione e faccio lo stesso.
Questo è amore Sigmund e, se questo è amore, io voglio sentirmi disarmata. Completamente.

Stay Vienned!

P.s. Oggi calamari ripieni di spinaci e formaggio, certo erano striminziti ma la ricetta non è male. Provateli!

image

image

image

image

image

image

image

image

image

image

12 commenti

  1. La grande abbuffata, attenta alla tachicardia e le vertigini! 🙂
    domani niente quadri, poi con calma andrei a vedere anche il grande Vermeer!
    brava come sempre… 😀

  2. LEOPOLD MUSEUM
    Ci risiamo: evito di stigmatizzare sulla questione ombrelli, ma anche questa volta non posso resistere dal commentare. “Appuntoramento” a parte – direi che sei stata colta da una ben piu complicata patologia. Sarà la consapevolezza del “così privi di difese” che induce un certo turbamento? Sarà il prodotto di questa kermesse museale? Credo che il tutto non possa tradursi esclusivamente nel risultato di un’emozione estetica da ammirazione. E’ piuttosto un’inquietudine da contemplazione che lascia spazio all’interpretazione (in privata sede) della percezione dell’arte, che produce disordine nella mente e nel corpo. Un caso conclamato da sindrome di Stendhal: quando l’arte crea eccitazione.
    Decisamente meglio del turbamento da ignoranza!

    • Forse sai più di me di quanto non sappia io… Non avevo mai visto la cosa da questo punto di vista, in realtà non ci avevo mai razionalizzato su ma in effetti non si può trattare di una mera “emozione estetica da ammirazione”… Credo tu abbia ragione, esistono cure? Anche perché, come immaginerai, a Vienna non finisce qui. Devo temere per la mia salute? 😉

      • Tranquilla non temere per la tua salute! La Sindrome Stendhal è uno stato di grazia 😉
        Parafrasando Neruda: Lentamente muore chi non prova turbamento, chi preferisce l’ordine al disordine del corpo e della mente. Praticamente in giro è pieno di zombie !!!
        Se preferisci “guarire” la terapia è venti minuti di Barbara D’Urso!!

      • Giammai, ho pure spento la TV da una decina d’anni. Comunque scherzavo, io ci sguazzo in questo turbamento, è una delle ragioni della mia vita. Mi fa piacere constatare che non sono sola 😉

  3. Non avevo dubbi! La tua emozione davanti a Schiele ha emozionato anche me, non foss’altro per la predilezione che ho verso l’Artista e i suoi corpi. Credo che il Leopold valga l’intero viaggio. Circa poi i tuoi accenni al dilemma catulliano … in effetti è un casino.

    • Ahahah Sigmund è un pischellino, bisogna accettare il nostro animo imperfetto 😉
      Sul fatto di Schiele… Non so, sì mi è piaciuto ma non mi ha emozionato abbastanza, non quanto Klimt e poi Hundertwasser… Non capisco, eppure trovo le sue opere molto intense. Ci sto riflettendo.
      Baci da Vienna Renà 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.