Vienna day-by-day – Triangolo delle Bermuda, Fregio Di Beethoven e Karlsplatz (Day 7)

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Si deve ammettere che hanno ragione i poeti a scrivere di persone che amano senza sapere, o che sono incerte se amano, o che pensano di odiare quando effettivamente amano. Sembra, quindi, che le informazioni ricevute dalla nostra coscienza che cercano la vita erotica siano particolarmente soggette all’incompletezza, lacunose o false.
Sigmund Freud

Vienna, 23 agosto 2015

Bermudadreieck (Triangolo delle Bermuda)
Un buon diario di viaggio non può parlare solo degli aspetti culturali di un luogo. Esso deve anche dare suggerimenti a chi, dopo una giornata di musei o similari, vuol mettere a nanna i neuroni e percorrere le incaute vie dell’obnubilamento mentale. Per questo motivo, unito a un legittimo desiderio di obnubilamento vacanziero (appunto), ho deciso di sacrificare una giornata del viaggio per raccontarvi anche la Vienna by night.
Devo dire che la guida è venuta in mio aiuto suggerendomi il misterioso Triangolo delle Bermuda viennese che ho già nominato, ed esplorato “alla luce“, nella giornata di ieri.

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Partiamo dalla parte più noiosa, due cenni storici sul quartiere. Non siete curiosi di conoscere l’origine di questo nome?
Ebbene, per la maggior parte del XX sec. esisteva a Vienna una commissione che decideva, in caso qualcuno volesse ottenere la licenza di vendere liquori, se il quartiere ne avesse realmente bisogno. Ciò comportò un azzeramento quasi totale della vita notturna in molte zone del centro, soprattutto nel quartiere ebraico (dove il triangolo si trova).

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Quando questa legge divenne meno severa, a metà degli anni Ottanta, ci fu un boom di nuovi bar proprio in quella zona. Questo complesso di stradine così popolato fu chiamato Bermudadreieck, Triangolo delle Bermuda appunto, sia per la conformazione tortuosa delle sue numerose stradine (oggi piuttosto ridotte), sia per il fatto che fosse facile entrare nei suoi turbolenti locali ma non altrettanto uscirne.

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Insomma, da come lo descrive la guida, sembra un luogo di perdizione peraltro assai frequentato dai viennesi che lo ritengono molto alla moda.
In effetti, quando ho letto la descrizione, ho sorriso e pensato a un’esagerazione. Per poi ricredermi.
Prima di raccontarvi la mia esperienza, però, vorrei avvisare chi si sente particolarmente devoto all’altarino della morale, che forse è meglio che passi direttamente alla parte successiva o che cambi serenamente blog. Non mi offendo, amici come prima.

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Cena al Bermuda Bräu (telegraphic mode)
Mi siedo a un tavolo. La tovaglia è macchiata e i camerieri corrono da una parte all’altra. Ordino una birra e scelgo un piatto dalle figure cercando di carpirne la composizione tramite traduttore.
A fianco al mio tavolo il classico pignolo, quello che tutti i camerieri, prima di entrare in servizio, pregano che non si palesi o almeno non nella zona da loro gestita. Il tizio, per una qualche ragione a me sconosciuta, fa riportare indietro il piatto mentre la moglie mangia. Lei mi ricorda la verdoniana Magda, la famigerata moglie di Furio. È zitta e rassegnata. Lui tiene le braccia conserte. E il broncio ovviamente.
Intanto noto i ragazzi passare, soprattutto le ragazze. Mi rimangio la questione eleganza. Forse gli uomini lo sono, le donne si mostrano decisamente sciatte. Mi sento elegantissima. Che è tutto dire!

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Arriva la mia cena. Invece di banali cotolette arrivano delle costolette di maiale. Controllo il traduttore, era giusto accidenti. Lui mi aveva avvertito. Da cotolette a costolette… Una sola “S” di differenza. Che è un abisso. In più non sono neanche di maialetto (ripeto, sono sarda), ma di maialone. Sono costolone. Le mangio per la prima volta nella mia vita. E spero l’ultima.
Ne addento un pezzo, arrivo anche a due sforzandomi molto. Avete mai mangiato le costolette con forchetta e coltello? Impossibile! Mi sporco le mani, mi sento un’unna, la pivella di Attila, a un banchetto dopo una rasata al suolo di quelle che l’erba è talmente incazzata che si rifiuta di ricrescere e tutti son festosi e ubriachi anche per questo. Tutti tranne me.
Il sapore è… è… What is sapore? Queste “costolette” non lo sanno di certo. In compenso conoscono bene l’arte dell’unto. Tutto: mani, bocca… Con una salsa insulsa. Insomma sto per vomitare. Però le patatine son buone.
Il tipo mi porta stecchini. E ci credo, ho residui anche nei denti del giudizio che non sono ancora spuntati. Se lo fossero probabilmente non sarei qui a mangiare sto schifo. D’ora in poi solo cotoletta viennese. Sarà scontata e banale ma non sbaglio.
Furio ha ancora le braccia conserte quando arriva il conto. Sembra uno di quei bambini arrabbiati che, per far dispetto, rinuncia al cibo, tutti se ne fottono e ci perde solo lui. Le avessero date a me le sue tre invitanti cotolette. Senza “S”.
I barbari cantano all’interno del locale. C’è baldoria. Un tipo ubriaco si ferma al mio tavolo e sbiascica qualcosa. Io rido ma si sa che l’unno non lo capisco. Un amico lo porta via.
Delirio, sembra la festa della birra nostrana dove tutti mangiano crauti e volano ettolitri di birra e urlano e ballano festosi. A me i crauti non piacciono.
Pago il conto e decido di inoltrarmi nella bolgia. Entro nel locale. Scopro che i balli e i canti arrivano da unne dedite ad addii al nubilato. Ci sono almeno 5 gruppi di tizie variamente agghindate che hanno tutte le intenzioni di “sfarsi” per festeggiare le loro amiche in procinto di sposarsi. Una sposina mi sbatte addosso, cerco di tenerla in piedi. Mezzoretta dopo la vedo vomitare nel sotterraneo.

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A dispetto di quello che ho pensato in un primo momento, il triangolo non è così intricato ma è facile perdersi in altri sensi. Gli sguardi sono languidi, i gironi dantiani dei lussuriosi son roba da pivelline. Vergini.

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E che è? Questa non me l’aspettavo proprio. Una signorina tutta borchiata si denuda del tutto (ho detto del tutto) in un balletto che Moana Pozzi si sarebbe scandalizzata per un (non più) giovine individuo prossimo al matrimonio.

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La tizia ha un corpo perfetto e le tette rifatte che sbatacchia sulla faccia del Mago Galbusera (così è abbigliato lo sposino). Mi sopraggiunge tristezza. Per entrambi. E anche per la futura sposa. Soprattutto.
Lei continua a ballare senza mutande sfregandosi sul tizio e simulando idilliache penetrazioni. Il futuro sposo è felicissimo, quando può allunga le mani e si fa schiaffeggiare dalle tette ultrasode per la gioia degli astanti che urlano in visibilio.
Quando lo spettacolo finisce, Galbusera batte cinque agli amici ringraziandoli di cuore. Poi fanno tutti una foto ricordo con la tizia. Nuda.

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Credo che tornerò in questo posto, pullula di storie e personaggi. Mi sento una studiosa del genere umano che qui si apre e mostra le sue vere sembianze. Non è una roba molesta, son tutti contenti e affabili. Da provare. Non per persone ingessate a cui consiglio i caffè fighetti stile impero in cui inginocchiarsi e rimpiangere empaticamente i tempi gloriosi degli Asburgo. Anche loro, in effetti, si rivolterebbero nella tomba vedendo sto bordello. Vienna è bella proprio perché dà spazio a tutti, ingessati e non.
La musica è house commerciale dei tempi di mia nonna ma in separata (e non intima) sede, ho potuto beare anche della mia adorata elettronica.
I “morti di figa” non si contano, faccio finta di non capire gli ammiccamenti e le proposte sfrontate. Un tizio mi segue per tutto il locale e continua a sbattere la sua birra sul mio bicchiere. Io mi sposto e lo ignoro ma mi segue. Mi chiede perché sono sola, gli dico perché mi piace. Non demorde. Mi sposto e mi segue, mi sposto e mi segue. Sto per spaccargli la bottiglia in testa quando viene sopraffatto da un molestatore ancora più insistente.
Il fastidio diventa noia immensa. Mi sposto in un locale meno agitato. Mi siedo al bancone e ordino l’ennesimo vodka lemon. Li servono in bicchierini ridotti, per loro sono longdrink e li fanno pagare poco. Per farne uno nostrano ce ne vorrebbero almeno cinque.
“Are you a writer?” (sei una scrittrice?)
“No, I’m a pseudo travel blogger and I’m taking notes about this funny place…” (No, sono una travel blogger improvvisata e sto prendendo appunti su questo luogo divertente…)
È un tizio, un architetto viennese, che mi presenta il suo amico. Sono gentili e mi ispirano fiducia. Scherziamo e ridiamo e ci beviamo su. La loro ironia è molto simile alla mia, mi trovo a mio agio.
A mezzanotte (+2 ore) scappo via nella metro. Non perdo scarpette per non lasciar tracce al principe-architetto.
La metro è aperta 24 ore su 24 il fine settimana (venerdì e sabato) ma non voglio trovarmi con gente troppo sfatta che è già pieno di zombie. Alcolizzati.

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Palazzo della Secessione
Beethovenfries di Gustav Klimt

Come per le altre opere di Klimt rimando la questione teorica all’articolo dedicato a questa meravigliosa opera realizzata in occasione della XIV esposizione della Secessione viennese.

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Ai 21 membri dell’Associazione fu chiesto di realizzare dei lavori ispirandosi al plastico di Beethoven realizzato da Max Klinger. Klimt realizzò i tre pannelli rifacendosi all’interpretazione wagneriana della Nona Sinfonia di Beethoven.

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Vado subito nel sotterraneo in cui sono ospitati i pannelli e cerco di ripercorrerli piano e in ordine.

Flusso joyciano dinanzi all’opera (facoltativo)
Parto dal volo leggiadro dei geni fluttuanti sotto forma di donne suadenti che si avviluppano per l’intera opera. Essi si interrompono una prima volta per far spazio ai corpi nudi di una coppia e di una donna. Questi sono simboli dell’umanità sofferente che chiede al guerriero dorato di andare alla ricerca della felicità. Il guerriero, nel suo percorso, deve però sconfiggere le terrificanti presenze (“Forze ostili“) del secondo pannello centrale, fitto di angosciose presenze fra cui il mostruoso gorilla ibrido (gigante Tifeo) che domina la scena incutendo tremore.

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Gli ori e i gioielli incastonati nei corpi delle sue tre figlie (tre Gorgoni simbolo di Malattia, Pazzia e Morte) luccicano creando un abbaglio smorzato dalle spire immonde dello squamoso corpo del gigante.
Poi finalmente, nel terzo pannello, arriva il sereno, compaiono di nuovo i geni avviluppati che giungono alla donna con la lira. Essa rappresenta la Poesia, arte celestiale che, supportata dalle altre arti, conduce alla coppia che si bacia immersa in un intenso abbraccio. Qui si esprime il culmine assoluto dell’estasi esistenziale: la felicità umana.
È facile entrare in quell’abbraccio, lo vivo completamente cercando di aspirarne gli effluvi. Amore.
La ricerca del prode cavaliere armato di ori e coraggio culmina nell’amore. Il suo cammino è irto di difficoltà e opposizioni ma la sua forza, supportata dalle arti, lo conduce a completarsi nell’amore.

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Mi fermo a scrivere queste righe. Poi risalgo ed entro nella grande sala centrale del Palazzo della Secessione progettato da Joseph Olbrich.

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Vorrei sedermi al centro e assorbire i grandi spazi e la luce che penetra dall’alto e si diffonde dappertutto.

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Penso alle esposizioni della Secessione, al brusio di voci generate dal clamore che questo movimento rivoluzionario portò nella Vienna accademica intrisa di storicismo. Mi sarebbe piaciuto esserci.

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Esco dal palazzo e decido di fare un giro di ricognizione per la Karlsplatz. La guida ha ragione, è assai disordinata, non si capisce neanche che sia una piazza.

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Mi fermo al Museum Caffè. Che sofisticatezza, gli zuccherini al posto dei rozzi sacchettini classici o dell’inelegante zuccheriera. Sapete che se chiedete un caffè ai viennesi vi guardano torvi? Essi hanno tante tipologie di caffè e cappuccini, dovete essere precisi. Io ormai “melange” l’ho imparato e mi nutro solo di quello. Certo il mio “scucchiaiare” la schiuma prima di bere il resto non è altrettanto sofisticato ma i miei modi gentili sembrano sorprenderli e garantirmi l’assoluzione. Un cappuccino e un bicchiere d’acqua me li han fatti pagare 5 euro però. Diciamo che ho fatto anche l’esperienza del caffè viennese fighetto. Però gli Asburgo non li ho rimpianti.

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Proseguo il mio cammino nella grande piazza in cui si affaccia la Karlskirche (1737), una grande chiesa barocca progettata da Fischer Von Erlach (ve lo ricordate?). Le enormi colonne sono ispirate alla Colonna Traiana e la cupola ricorda quella di San Pietro a Roma.
La costruzione è imponente ma non invasiva. Si respira pace. Diverse persone siedono sui bordi di un laghetto artificiale popolato da simpatiche anatrelle.

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Entro in un’esposizione all’aperto intitolata “Freedom Express” (Roads to 1989 – The year of changes / East Central Europe 1939-1989). Faccio parlare le immagini.
(Continua dopo le foto)

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Le forze ostili, la confusione… Sigmund il percorso non è semplice, l’amore è un casino, l’uomo è spesso incapace di comprendere (e domare) i suoi sentimenti. “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requirsis“… “Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento“…
Come insegna Klimt il coraggio e la volontà possono portare al completamento, al grande abbraccio della felicità.

E poi arriva una tromba a confermarlo, di fronte a Karlskirche, con un accorato Besame Mucho. La registrazione è pessima a causa del vento ma è un segno e non potevo ignorarlo.

Angolo culinario:
Ho tenuto la parola ordinando la cotoletta viennese. Ho solo un appunto: come si fa ad avere la cotoletta come specialità di una città (Milano perdonami!)? Ci riescono tutti. Che sia piccola o grande cosa cambia? È sempre una banale fettina fritta nell’olio. Neanche d’oliva. E, se d’oliva, manco extravergine.
Però qui mi salva e sto zitta, giuro che non dico più nulla a proposito.

Stay Vienned!

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9 commenti

  1. Che notte… gli austriaci sono persone molto disinibite! mi hai messo un po’ d’ansia, ti avevo già vista persa in qualche girone infernale! 🙂
    Per quanto riguarda l’interno del palazzo della Secessione, sono immagini del nostro inconscio collettivo, anche ieri sera nella camera da letto della sorella del cugino di mia moglie era piena di immagini fotocopia imitazione di Klimt! un po’ come se fossero in sostituzione di cristi e madonne, comunque l’edificio e gli affreschi devo essere molto belli e emozionanti!
    Per quanto riguarda la cotoletta… vieni a Milano a mangiarla, per dire!
    baci Vanni

    • Il mio fegato sta benissimo, grazie. Piuttosto credo che dovresti venire in Sardegna ad assaggiare le specialità. Credo che capiresti la differenza. Non aggiungo altro, sul cibo non ho grande aperture mentale, né tolleranza su affermazioni assurde, lo ammetto!

      • Urca spero di non avere involontariamente offeso. Io veramente ero (sono) appassionato di frittura!!

        E riguardo la Sardegna, caspita se lo so come si mangia (e beve).

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