FotoStorie [shot 14] – La fotografia di Ugo Mulas per “Ossi di seppia” di Eugenio Montale

Eugenio Montale, 1970. Fotografia di Ugo Mulas

Eugenio Montale, 1970. Fotografia di Ugo Mulas

Tipo:
Fotografia in bianco e nero

Autore:
Ugo Mulas

Luogo:
Monterosso al Mare (SP)

Anno:
1970

Premessa
Uno dei motivi che mi ha spinto a iniziare lo studio del ‘900 italiano attraverso gli scatti del fotografo Ugo Mulas, è la sua serie fotografica dedicata a “Ossi di seppia” (1925), la raccolta di poesie di Eugenio Montale (1896-1981). All’interno di questa raccolta, infatti, c’è anche “Meriggiare pallido e assorto“, che è una delle poesie che più mi emozionano in assoluto. Ciò dipende dal fatto che in quei versi io proietto delle immagini indelebili, quelle della mia infanzia. Mentre le parole fluiscono, rivivo esattamente i meriggi d’estate: i muretti assolati e il silenzio fermo della campagna, i fruscii delle lucertole e il frenetico battito d’ali delle cicale, le processioni delle formiche e l’odore acuto della terra calda…
Ecco i versi.

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

La serie
Mi incuriosisce il fatto che Ugo Mulas, di sua iniziativa, abbia deciso di andare a cercare i luoghi e le assonanze coi versi del poeta ermetico per eccellenza. Leggenda narra che Montale, appena vide la serie, esclamò:
Come hai fatto, come hai fatto!
Come aveva fatto? Semplice, Mulas per un paio d’anni, dal 1962 al 1965, si era recato di tanto in tanto a Monterosso al Mare, paese in cui il poeta aveva trascorso parte della vita e delle vacanze estive, e aveva cercato i luoghi dei suoi versi, gli scorci che lo avevano ispirato. Il discorso rientra nella caratteristica di Mulas, già evidenziata nei capitoli precedenti riguardanti il fotografo, di stabilire un legame coi suoi soggetti. Egli non si limita a documentare, è una sorta di psicologo della fotografia: egli indaga, conosce e si spinge oltre.
Fatto sta che riuscì a stupire lo stesso Montale che da quelle immagini era stato ispirato.

L’upupa
Come vi ho anticipato, le foto della serie sono state scattate da Mulas fra il 1962 e il 1965. Lo scatto centrale di questo post, invece, risale al 1970 e ritrae Montale con la sua upupa imbalsamata che, a quanto pare, gli era stata regalata da amici vista la sua passione per gli uccelli.
L’upupa è un simbolo poetico che Montale eleva quasi a immagine di stupore metafisico, un uccello che è stato storicamente calunniato dai suoi colleghi del passato. Ugo Foscolo, ad esempio, ne “I sepolcri“, ne fa un lugubre uccello notturno; Ovidio, nelle “Metamorfosi” (VI, 420-675), la associa a uno dei miti più sanguinosi imponendo le sue sembianze, per punizione divina, al crudele Tereo; persino l’Antico Testamento lo annovera tra gli uccelli impuri di cui è vietato nutrirsi.
Insomma, l’upupa non gode di simpatia fra i poeti, anzi sembra quasi infondere loro un timore reverenziale. Tuttavia Montale la riscopre difendendola e facendola portavoce dei temi che più gli stanno a cuore: l’essenza del tempo, la vita e il male di vivere.
Eccovi la poesia.

Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l’aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo s’arresta,
non muore più il Febbraio,
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori

Considerazioni finali:
Ossi di seppia… Lo scheletro dell’animale marino che muore e viene portato a riva. Sballottato dalle onde, rimbalza a lungo fino ad abbandonarsi inerme.
Le immagini di Montale sono vive, parlano e si fanno “sentire“. Lo fanno in modo ermetico, simbolico e, per questo, più vibrante e contagioso, come se ti si appiccicassero addosso per non scrollarsi mai più.
Questo è successo a me e probabilmente anche a Mulas, forse il suo lavoro nasce proprio dall’esigenza di esorcizzarne il potere. Grazie a lui, però, queste immagini sono diventate reali, fisse e inconfondibili.

Fonti:
Le fotografie di Mulas per Ossi di Seppia di Montale | L’upupa di Montale | Da Montale a Mulas: una storia di immagini e versi | Ugo Mulas / Montale | Qualcuno volò sul nido dell’upupa

Grandi fotografi italiani – Ugo Mulas:

LINK UTILI WIKIPEDIA:
Ugo Mulas | Eugenio Montale | Ossi di seppia | Meriggiare pallido e assorto

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9 commenti

  1. Meriggiare pallido e assorto, la ricordo ancora a memoria, studiata alle medie, bellissima poesia, chiara e lineare, Montale e Mulas un’incontro perfetto tra due artisti, immagini in rima con la poesia, cara Barbara trovo che questi su Mulas siano ottimi pezzi, molto interessanti, mi viene da pensare ad un possibile libro!!! 🙂 🙂

    1. Eheh esagerato, ti ringrazio per la fiducia ma credo che Mulas faccia tutto da solo con l’immenso tesoro che ha prodotto e ci ha lasciato 😉
      Meriggiare pallido e assorto… Che bello che qualcuno condivida questi versi, mi fa piacere 🙂

      1. In realtà pensavo a un libro in merito a tutti gli articoli che hai fatto, insomma un modo per riproporre quelli più interessanti, mentre leggevo il tuo post su Mulas mi è venuto in mente un libro di De Micheli,“Idee e storie di Artisti” che mi era piaciuto molto, così o pensato… 🙂

      2. Sei un diavolo mio caro Vanni… tu sai come tentarmi… Ahhahaha
        A parte gli scherzi ci penso… potrebbe essere interessante anche se necessiterebbe di un progetto più ragionato. Però, ripeto, è interessante, davvero 😉

      3. Bene bene… esocontento! 😉

  2. Bella storia… In generale penso sia un’esperienza di vita riuscire a tradurre in immagini le poesie…

    1. Sì, anche perché le immagini sono soggettive e dipendono dal vissuto di ognuno di noi… Mulas é proprio andato a rivivere la soggettività di Montale 🙂

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